MILANO/LETTERA PASTORALE
Per il cardinale Angelo Scola il cattolicesimo ambrosiano deve radicarsi “più profondamente nella vita degli uomini attraverso l’annuncio esplicito della bellezza, della bontà e della verità di Gesù Cristo all’opera nel mondo”. Non in modo egemonico, però, perché i cristiani non cercano la vittoria: ciò a cui sono chiamati “è solo l’essere presi a servizio del disegno buono con cui Dio accompagna la libertà degli uomini”
Parte dall’immagine del Duomo, "emblema della nuova Milano e casa degli antichi e nuovi milanesi" e dalla necessità, come per la cattedrale, di "rimettere mano continuamente" alla costruzione delle "nostre amate città", la lettera pastorale del cardinale Angelo Scola, "Il campo è il mondo. Vie da percorrere incontro all’umano".L’arcivescovo di Milano ripercorre il cammino dell’anno pastorale concluso e il passaggio a linee pastorali comuni. Ricorda anche le dimissioni di Benedetto XVI ("un gesto umile di profonda fede") e l’elezione di Papa Francesco, attraverso i cui gesti e parole "lo Spirito del Risorto ha voluto toccare in modo singolare il cuore non solo dei cristiani, ma di tutti gli uomini". Guardando alla Chiesa ambrosiana il cardinale ne sottolinea la realtà popolare con profonde radici cristiane e i segni di vitalità (gli oratori, il Fondo famiglia-lavoro, l’afflusso di popolo per rendere omaggio alla salma del cardinal Martini).Tuttavia Scola non si nasconde le ombre: "Anche tra i cristiani ambrosiani esiste il rischio di una sorta di ateismo anonimo, cioè di vivere di fatto come se Dio non ci fosse". "Il cattolicesimo di popolo, ancora vitale sul nostro territorio, è chiamato a rinnovarsi" e "deve compiere tutto il tragitto che porta dalla convenzione alla convinzione, curando soprattutto la trasmissione del vitale patrimonio cristiano alle nuove generazioni". E poi uno sguardo all’Expo 2015, occasione "perché la Milano del futuro trovi la sua anima".Il titolo della lettera e il filo rosso della sua proposta parte dal Vangelo del buon seme e della zizzania, evidenziandone alcuni insegnamenti. Il mondo è il luogo in cui Dio si manifesta gratuitamente agli uomini. Gesù "ama la nostra libertà e la provoca chiamandola a decidersi per Lui" e "la risposta personale della libertà che permette al buon seme di diventare grano maturo ha bisogno di tempo". "Non tocca a noi giudicare in modo definitivo, condannare senza appello", sottolinea Scola: serve quello "sguardo nuovo sul mondo" che dona Gesù per essere capace di non inoltrarsi "sui sentieri della condanna, del lamento e del risentimento". Il mondo "che Gesù chiama ‘il campo’" è costituito da tutti gli ambiti dell’esistenza quotidiana (famiglie, quartieri, scuole, università, lavoro, modalità di riposo e di festa, luoghi di sofferenza, di fragilità, di emarginazione, luoghi di condivisione, ambiti di edificazione culturale, economica e politica…). Nella lettera s’individuano poi i "cardini" dell’esistenza umana (affetti, lavoro, riposo) e importanti implicazioni come fragilità, tradizione e giustizia. Scola sottolinea che nulla e nessuno è estraneo ai fedeli in Cristo, afferma che "non dobbiamo costruirci recinti separati in cui essere cristiani". Si ribadisce che il mondo è il campo in cui è offerto l’incontro con Gesù e che l’attenzione non va posta sul "fare", "ma sul seme buono che il seminatore, Gesù, vi ha gettato". Dio, entrando nella storia, vuole fecondare la realtà "con la sua presenza rinnovatrice". Ogni fedele e ogni realtà ecclesiale della diocesi sono quindi chiamati a rileggere il senso dell’esistenza cristiana alla luce dell’urgenza "a uscire da se stessi per entrare in campo aperto" attraverso la testimonianza, "esponendo se stessi". E il testimone, quando è autentico, "fa sempre spazio all’interlocutore e a tutte le sue domande", in un confronto leale, a 360°, "con tutti e in tutti gli ambienti dell’umana esistenza".L’arcivescovo coglie e rilancia una tradizione molto radicata, che resiste nonostante questi tempi di frammentazione e laicizzazione. Secondo il cardinale, il cattolicesimo popolare ambrosiano deve radicarsi "più profondamente nella vita degli uomini attraverso l’annuncio esplicito della bellezza, della bontà e della verità di Gesù Cristo all’opera nel mondo". Non in modo egemonico, però, perché i cristiani non cercano la vittoria: ciò a cui sono chiamati "è solo l’essere presi a servizio del disegno buono con cui Dio accompagna la libertà degli uomini"."Mi permetto di chiedere una lettura attenta attraversata da autentica simpatia", scrive il cardinale. E, rivolto in particolare ai fedeli ambrosiani, "la lettera pastorale deve mettere in moto un confronto che aiuti ciascun fedele e ciascuna comunità a rivisitare la vita ordinaria, la prassi abituale, le iniziative e i calendari". Per questo sono indicati "tre criteri": valorizzare l’esistente, attraverso la "grammatica comune" fornita dalla lettera pastorale; assumere "con decisione" il criterio della "pluriformità nell’unità", nell’accoglienza e nel coinvolgimento dei diversi carismi presenti nelle parrocchie e comunità pastorali, negli istituti religiosi, nelle associazioni, nei movimenti a livello diocesano; ripensare l’attività della Curia e degli uffici diocesani. (*) direttore "Incrocinews.it" (Milano)