SLOVACCHIA
A Kosice, “capitale europea della cultura 2013”, incontro dei vescovi responsabili di tutte le Chiese cattoliche di rito orientale presenti nel Continente. Custodi della tradizione di un popolo che non ha perso l’abitudine di spendere il proprio tempo per Dio e di rispettare il sacro
La cattedrale della Natività della santa Vergine a Kosice, in Slovacchia, era strapiena di gente giovedì 17 ottobre. C’erano donne e bambini, suore e giovani in felpa e jeans. Così tanti presenti perché a celebrare i vespri erano i vescovi responsabili di tutte le Chiese cattoliche di rito orientale presenti in Europa. Nella città "capitale europea della cultura 2013", dove i lavori proseguono fino a domenica 20 ottobre, sono rappresentate 14 nazioni: dall’Ucraina alla Romania, passando per i Paesi della ex Jugoslavia, fino ad arrivare a Francia, Inghilterra, Italia. L’Oriente europeo. Il rito dei vespri dura più di un’ora, tra canti, incenso e segni della croce ripetuti più volte. Il rito è esattamente come quello ortodosso. E tutto qui è secondo la liturgia, i paramenti e l’architettura del grande Oriente europeo: l’ikonostas è la parete che divide il popolo di Dio dall’altare. Tre sono le porte di accesso: le due laterali sono le porte del diacono. Quella centrale è chiamata "porta del re" ed è riservata ai vescovi e ai sacerdoti. La separazione è rivestita tutta d’oro ed è impreziosita dalle icone di Cristo e della Madonna con Gesù Bambino. Si prega per la pace nel mondo, per i governanti e per le autorità. Si ricordano i naviganti e tutti quelli che sono in viaggio. Si fa memoria più volte di Maria, la "santissima e l’immacolata". Si intonano inni, salmi e brani del Vangelo. Tutto è come nella liturgia ortodossa, se non fosse per quel piccolissimo particolare che è la preghiera per Papa Francesco, il Papa di Roma, durante la grande colletta. Segno di una fedeltà e di un’unione che in tempi passati, non troppo lontani, è stata pagata da questi popoli a caro prezzo. Le cifre impossibili. C’è dunque un mondo in Europa che prega così. Un popolo che non ha perso l’abitudine di spendere il proprio tempo per Dio e di rispettare il sacro e tutto ciò che lo rappresenta con una dedizione e serietà che sorprendono. Le cifre sulla presenza di questo popolo nel vecchio continente sono difficili da quantificare perché è una realtà complessa, eterogenea per la provenienza ma soprattutto mobile, che ha vissuto prima il fenomeno della diaspora durante il regime comunista, poi le migrazioni a seguito della caduta del comunismo e della crisi economica, e ora la persecuzione dei cristiani in Medio Oriente e più ancora la fuga di iracheni e siriani dai Paesi in guerra. I dati comunque presentati da monsignor Cyril Vasil’, arcivescovo segretario della Congregazione per le Chiese orientali, parlano di 4 milioni e mezzo di fedeli cattolici di rito orientale in Ucraina, di 300mila fedeli in Slovacchia e altrettanti in Ungheria. In Romania sono 500mila e nei Paesi della ex Jugoslavia (Croazia, Serbia, Montenegro e Macedonia) i fedeli sono 50mila. Ma il panorama è assolutamente falsato se non si prende in considerazione il fenomeno migratorio soprattutto da Paesi che attraversano crisi economiche gravi. In Inghilterra, per esempio, si calcola che ci siano almeno 10mila ucraini cattolici di rito orientale e in Italia si celebrano messe in 120 punti diversi solo per gli ucraini cattolici di rito orientale. Per non parlare poi di Germania, Spagna e Portogallo. "L’uomo ha bisogno del sacro". Il primo incontro dei vescovi europei di rito orientale si svolse nel 1997 nella diocesi di Hajdúdorog (Ungheria) e fu promosso dal cardinale Achille Silvestrini, allora prefetto della Congregazione per le Chiese orientali. Volle creare uno spazio dove i vescovi di quelle chiese potessero riflettere sul loro ruolo nell’Europa di oggi. Quest’anno l’appuntamento si sta svolgendo a Kosice perché quest’anno è, appunto, insieme a Marsiglia, capitale europea della cultura, e perché nel 2013 si celebrano i 1150 anni dell’arrivo dei Santi Cirillo e Metodio in queste terre. Città universitaria della Slovacchia orientale, Kosice conta 250mila abitanti, di cui 20mila circa sono fedeli cattolici di rito orientale. "Siete venuti qui per cercare le risposte alle domande del mondo di oggi", dice monsignor Milan Chautur, eparca di Kosice, non nascondendo ai vescovi la comune preoccupazione di vedere anche questo mondo coinvolto da un lento processo di scristianizzazione. E aggiunge: "La cultura, nei tempi passati, sollevava lo spirito. Ma oggi spesso uccide dentro, nell’uomo, gli ultimi buoni sentimenti. Spesso ci troviamo davanti a un fatto: questa cultura non alza lo spirito dell’uomo verso Colui che è fonte di bellezza eterna, ma porta l’uomo al grigio della vita fino alla propria miseria". È il cardinale Jozef Tomko, prefetto emerito della Congregazione per le Chiese orientali, a puntualizzare il ruolo delle Chiese orientali nell’Europa di oggi che è di ricordare che "l’uomo ha bisogno del sacro" e che "questa sete di sacro apre la strada alla evangelizzazione". E aggiunge: "La Chiesa propone, non impone. L’esperienza missionaria dimostra che l’inculturazione del Vangelo è un processo lento, graduale, di maturazione, che accompagna tutta la vita".