OSPEDALE DA CAMPO/3

“Guardaroba dei poveri” Da qui nessuno va via a mani vuote

Forlì, parrocchia di Santa Maria del Fiore: una comunità con una lunga tradizione “francescana” di accoglienza e solidarietà, che si esprime nella mensa dei poveri e nel dormitorio della Caritas. Ora si è aggiunto il “guardaroba dei poveri” che distribuisce indumenti a chi non può comprarli. Perché, come dice il parroco don Luigi Burchi: “La gente crede a quello che facciamo, non a ciò che diciamo”

La carità cristiana trova sempre nuove forme per esprimersi. E se la "periferia" non è solo un luogo fisico, ma pure "persone, realtà umane di fatto emarginate, disprezzate", come ha ricordato Papa Francesco nella sua visita ad Assisi, ecco che una parrocchia vicina al centro cittadino può davvero andare incontro alle "periferie" della città per farsi prossima a chi è nel bisogno. Siamo a Forlì, a Santa Maria del Fiore: una comunità fino allo scorso anno guidata dai frati cappuccini, con una lunga tradizione "francescana" di accoglienza e solidarietà, che si esprime nella mensa dei poveri – dove ogni giorno trovano in pasto caldo più di un centinaio di persone bisognose – e nel dormitorio della Caritas.
Ora il parroco è un sacerdote diocesano, don Luigi Burchi, e proprio per sua iniziativa alle varie attività si è affiancato il "guardaroba dei poveri", che due volte la settimana – il martedì e il giovedì pomeriggio – distribuisce indumenti (e non solo) a chi non può permettersi di andare in un negozio a fare acquisti. "Avevamo vestiti accatastati che ci venivano portati dai parrocchiani mentre, dall’altra parte, c’erano poveri che li chiedevano": questa, nel racconto del parroco al Sir, la motivazione pratica che ha portato ad aprire il "guardaroba". Ma ce n’è pure un’altra: "La fede – osserva don Luigi – si misura dalla carità che viviamo; come cristiani dobbiamo aiutare il prossimo che è nel bisogno, questa è la nostra vocazione battesimale". Nella comunità parrocchiale di Santa Maria del Fiore, così, si sperimenta concretamente l’essere come "un ospedale da campo dopo la battaglia, dove curare le ferite e riscaldare i cuori", riprendendo il magistero di Papa Francesco.
Dallo scorso settembre, alle tre del pomeriggio, quando il guardaroba apre i battenti in un locale ricavato dall’oratorio parrocchiale, c’è già una discreta fila fin sul marciapiede davanti alla parrocchia, con tanti bambini che corrono e gridano nel cortile dell’oratorio. "A mani vuote non mandiamo via nessuno", osserva Gabriella Cilotti, una delle tre volontarie del Terz’ordine francescano che si sono fatte carico dell’iniziativa. Tanti sono gli stranieri che "cercano soprattutto vestiti per i bambini e coperte". Ma ci sono anche forlivesi, generalmente anziani che tirano avanti con magre pensioni, insufficienti per far fronte a tutte le spese.
Il locale che ospita il "guardaroba" è piccolo e vi si trovano stipati dalle maglie ai maglioni, dalle sciarpe agli asciugamani, dai giubbotti alle lenzuola. Ma arrivano anche passeggini, giochi per i bimbi (molto richiesti) e stoviglie. "Finora è più la roba che viene donata di quella distribuita", prosegue la volontaria, al punto che l’idea iniziale di prevedere un piccolo compenso (1-2 euro) per ogni indumento (esclusi quelli dei bambini che vengono distribuiti gratis fin dal primo momento) è stata accantonata: solo per le lenzuola e i giubbotti viene chiesto un contributo. Più che altro è un gesto simbolico, alla portata di quanti vengono a chiedere aiuto e per evitare sprechi.
Se da una parte ci sono tanti che in quest’"ospedale da campo" arrivano per curare le ferite della miseria, dall’altra ci sono pure "tanti benefattori, anche anonimi", puntualizza il parroco sottolineando che, alla fine, si tratta di "un’iniziativa corale di tutta la comunità". C’è chi porta i vestiti, chi li va a ritirare a domicilio, chi li seleziona affinché a chi è nel bisogno arrivi "roba dignitosa" (mentre quelli in cattivo stato vanno al Comitato per la fame nel mondo che ne fa stracci), chi li distribuisce facendo in modo che tutti possano avere ciò di cui hanno bisogno. In un’epoca di crisi e di povertà crescenti, questa è la migliore risposta a chi non vede alternative all’individualismo e all’egoismo. "Non vi è fede senza carità", rimarca il parroco, e il cristiano vero non può chiudersi nelle sacrestie. Così anche un "guardaroba" può essere un pulpito per annunciare il Vangelo. Nella convinzione, conclude don Luigi, che "la gente crede a quello che facciamo, non a ciò che diciamo".