DOPO LAMPEDUSA

Dramma migrazioni: l’Africa chiama l’Europa risponde

I vescovi del Secam, il Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar con sede ad Accra (Ghana), battono un colpo. Con un messaggio firmato dall’arcivescovo ghanese monsignor Gabriel J.Y. Anokye, chiedono: “I Paesi europei dovrebbero aprire le loro porte ai migranti per farli entrare legalmente”. Sollecitano anche un ripensamento delle leggi sull’immigrazione e un trattamento compassionevole

La Chiesa africana chiama l’Europa a "ripensare le leggi sull’immigrazione e trattare i migranti con più compassione". E l’Europa sembra rispondere oggi, a conclusione del Consiglio europeo a Bruxelles, con un accordo dei leader sulla condivisione delle responsabilità secondo tre principi: "prevenzione, protezione e solidarietà". La tragedia del 3 ottobre a Lampedusa, nella quale sono morti circa 400 migranti, ha dato la sveglia ai responsabili europei, tanto da essere considerata dal Parlamento Ue "un punto di svolta per l’Europa". Ieri l’Assemblea di Strasburgo ha approvato la risoluzione, con trenta raccomandazioni, che invita gli Stati membri "a modificare o rivedere eventuali normative che infliggono sanzioni a coloro che prestano assistenza ai migranti in pericolo in mare", un chiaro riferimento alla legge Bossi-Fini. Indicazioni che saranno certamente gradite ai vescovi africani, che proprio ieri sera hanno diffuso un messaggio per commentare il naufragio di Lampedusa dal loro punto di vista. Intanto nell’isola la situazione è di nuovo al collasso, con 700 migranti nel centro di Contrada Imbriacola (che non ne dovrebbe ospitare più di 300) e 800 migranti soccorsi nel Canale di Sicilia in quattro diverse operazioni.

"Aprire flussi legali". "I Paesi europei dovrebbero aprire le loro porte ai migranti per farli entrare legalmente": questo il suggerimento, ancora più spinto, dei vescovi africani riuniti nel Secam, il Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar, con sede ad Accra (Ghana), nel messaggio intitolato "La crisi di Lampedusa è un campanello d’allarme per l’Africa", firmato dall’arcivescovo ghanese mons. Gabriel J.Y. Anokye, vicepresidente del Secam e responsabile della Commissione giustizia, pace e sviluppo. "Siamo stati scioccati e addolorati dal naufragio del 3 ottobre sulle coste italiane di Lampedusa, con circa 400 morti – scrivono i vescovi africani -, tra cui donne incinte e bambini che venivano dall’Eritrea e dalla Somalia, passando per la Libia". "È sorprendente – proseguono – che nonostante il numero delle vittime del naufragio sia ancora in aumento, molti rifugiati dall’Africa orientale continuino a rischiare i pericoli del viaggio in Europa in cerca di ‘libertà’, a causa delle povere condizioni politiche ed economiche dei rispettivi Paesi di origine". I vescovi citano il caso della Somalia, con le milizie di al-Shabab che terrorizzano la gente dal 1994, e del regime in Eritrea che "costringe molte persone ad emigrare" perché manca la libertà religiosa, di stampa, di assemblea: "Queste persone stanno cercando di dare un significato alle loro vite".

Le responsabilità dei governi africani. I vescovi africani accennano ad una recente lettera pastorale su "Governance, il bene comune e la transizione democratica in Africa" nella quale denunciavano come "la mancanza di spazi democratici e il disprezzo dei diritti umani" siano "terreno fertile per proteste e crisi politiche, tra cui la migrazione". Perciò, sottolineano, "la Chiesa, la società civile e i governi in Africa non possono permettersi di rimanere indifferenti ed isolati di fronte alle attuali sfide socio-politiche ed economiche, soprattutto riguardo ai migranti che muoiono in alto mare". "Il dramma delle migrazioni – affermano -, con un crescente numero di giovani che rischiano le loro vite per andarsene dall’Africa, riflette la profondità del malessere di un continente che ancora trascina i propri passi nel cercare di garantire condizioni favorevoli come il lavoro, l’educazione e la salute". "Dopo più di cinquant’anni di indipendenza – osservano – il continente africano è ancora coinvolto nella violenza senza fine. Gruppi armati illegali continuano a minacciare la sicurezza delle persone e dei loro beni, che inevitabilmente provocano spostamento di persone, come nel caso del naufragio a Lampedusa".

Le richieste alle istituzioni. Il Secam conclude chiedendo all’Autorità intergovernamentale sullo sviluppo regionale-Processi consultivi regionali (Igad-Rcp) "di implementare il suo mandato per migliorare la cooperazione tra Paesi di origine, transito e destinazione in materia di migrazioni", soprattutto con l’Eritrea e la Somalia. Invitano poi l’Unione africana (Au) a "lavorare per la democrazia e il buongoverno, soprattutto per proteggere le vite e gli interessi dei loro cittadini".