SCANDALO DATAGATE" "

Sistema fuori controllo Per gli Stati Uniti non c’è vero vantaggio” “

Il politologo americano Michael Brenner non risparmia critiche all’amministrazione Obama: “La Casa Bianca lascia correre, e non solo per quanto riguarda l’intelligence”. E ancora: “L’apprensione, talvolta quasi l’ossessione, per la sicurezza, ha creato una giustificazione a 360 gradi per l’uso invasivo di queste tecniche di spionaggio, senza sagge considerazioni sulla loro reale utilità”

Nei mesi scorsi la National Security Agency americana avrebbe avuto accesso alle conversazioni di vari capi di Stato e di Governo europei, tra i quali la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese François Hollande. Anche l’Italia figurerebbe nella lista. Il programma di spionaggio informatico etichettato Datagate sta incrinando le relazioni tra Europa e Stati Uniti, da oltre sessant’anni solidi alleati. La vicenda ha scosso i lavori del Consiglio dei capi di Stato e di governo Ue, riuniti in queste ore a Bruxelles: s’invocano misure per tutelare la sicurezza dell’Europa e la privacy dei suoi cittadini; alcuni leader chiedono per ritorsione la sospensione dei negoziati sul libero scambio. Per capire se vi saranno ripercussioni nei rapporti transatlantici, e per comprendere meglio i motivi della sorveglianza a tappeto dei servizi di sicurezza americani, il Sir ha interpellato Michael Brenner, docene emerito di relazioni internazionali alla University of Pittsburgh e senior fellow at the Center for Transatlantic Relations della Johns Hopkins University.

Professor Brenner, che idea si è fatto di questa storia?
"L’elemento fondamentale è il fattore tecnologico: la capacità di raccogliere dati è aumentata enormemente per via degli ingenti investimenti che il governo americano ha fatto dopo l’11 settembre 2001. Il budget della National Security Agency (Nsa) si aggira tra i 40 e i 50 miliardi di dollari l’anno. Avendo quindi a disposizione la tecnologia, si finisce per usarla al massimo delle sue potenzialità, anche quando le conseguenze sul piano diplomatico lo sconsiglierebbero".

Qual è il vantaggio di tenere sotto sorveglianza tanti capi di Stato e di governo?
"L’apprensione, talvolta quasi l’ossessione, per la sicurezza, ha creato una giustificazione a 360 gradi per l’uso invasivo di queste tecniche di spionaggio, senza sagge considerazioni sulla loro reale utilità. Tanti Stati hanno avuto e hanno programmi di spionaggio più o meno sviluppati, ma la scala di quello americano, che tenta di frugare, per esempio, nella corrispondenza digitale non solo di politici di primo piano ma anche di semplici cittadini, è un fatto inedito".

Ma che tipi d’informazioni l’America intende carpire, per esempio, al presidente francese Holland o alla cancelliera tedesca Merkel?
"A mio parere non c’è alcuna specifica ragione. Il sistema è fuori controllo. Non c’è un vero vantaggio per gli Stati Uniti perché non siamo impegnati in negoziazioni particolari, non siamo all’epoca della guerra fredda. Alcuni dicono che interessano le strategie e i segreti industriali. Forse questo potrebbe essere un motivo in qualche misura valido, ma c’è il forte rischio di essere scoperti, come infatti è puntualmente avvenuto. Però anche in questo caso la strategia sembra confusa. Non ottieni quel tipo d’informazioni controllando il telefono della Merkel, perché lei non parla di queste cose. Per cui siamo nel campo dell’avventurismo allo stato puro".

Quali sono le responsabilità dell’amministrazione guidata dal presidente Obama?
"Questa amministrazione è particolarmente debole nel dare direttive e nell’esercitare una supervisione efficace sui vari dipartimenti. La Casa Bianca lascia correre, e non solo per quanto riguarda l’intelligence. Il presidente Obama come manager non è un fenomeno. Se poi, come capita, i responsabili dei vari ministeri non sono dei talenti rari, vedi il capo del Nsa, il generale Keith Alexander, o il direttore della National Intelligence, James Clapper, la frittata è servita. Questi personaggi sono arrivisti: entrano ed escono dalle amministrazioni a suon di quattrini. Sono i classici tizi che, quando le aziende tecnologiche premono, non si oppongono. Non è gente che si batte per dei valori".

Prevede ripercussioni nei rapporti transatlantici?
"Nel lungo termine no. Evidentemente questo è il momento delle dovute lamentele, ma ben presto l’Europa modererà i toni. A un’alleanza con gli Stati Uniti non può certamente rinunciare, per esempio sotto il profilo della lotta al terrorismo internazionale, benché a mio avviso i rischi per l’Europa non siano così pronunciati come per gli Stati Uniti. E francamente, vista da Washington, viene da chiedersi il perché di tanta riverenza europea. Negli ultimi dodici anni abbiamo commesso diversi errori, dall’Iraq all’uso massivo dei droni in Afghanistan passando per le giravolte sulla questione siriana. Eppure, l’Europa continua a riporre fiducia in noi. O forse è una questione di abitudine. Per oltre sessant’anni l’Europa è stata sotto l’ala protettiva degli Stati Uniti. Ora sarà difficile rinunciarvi anche se si è scoperto qualche telefonino sotto controllo".