SIRIA DIMENTICATA

Assad, giù le mani dal tuo popolo

"Come si può essere costretti a mangiare cani e gatti per sopravvivere?". Un cartello esposto nei giorni scorsi da un manifestante siriano a Kafranbel, a rischio della vita, rende l’idea della drammaticità di una guerra che, come tutte le guerre, non uccide solo con le bombe e i fucili dei cecchini di entrambe le fazioni. In molte zone della Siria la popolazione è allo stremo: in due anni e mezzo di guerra, oltre alla tragedia di 110mila morti, vi sono 4 milioni di persone sfollate, di cui 2 milioni tra Libano, Giordania, Turchia, Iraq, Egitto. E da tutti gli altri che, pur abitando ancora nelle loro case, sopravvivono nell’incubo della paura, della fame e del freddo. Nel Paese il cibo scarseggia e quello che c’è costa tantissimo: il prezzo del latte è quintuplicato, quello delle lenticchie è triplicato. Non c’è abbastanza acqua potabile, gasolio, elettricità. Quando le organizzazioni umanitarie forniscono aiuti, le persone vengono derubate ai check point dai militari governativi. I ribelli, ma anche bande armate di criminali, rapiscono o minacciano la gente per chiedere riscatti. La gente è denutrita. Se non muore di fame si ammala. E con l’arrivo del gelido inverno siriano, per i profughi che vivono nelle tende – la maggioranza sono bambini – si annunciano tempi ancora più duri.
Assad, che ancora controlla buona parte del Paese – i voli su Damasco sono regolari, le banche e gli uffici pubblici funzionano, gli impiegati ricevono regolarmente lo stipendio – sembra che ora possa agire ancora più indisturbato, complice l’indifferenza degli Stati Uniti una volta deciso che non valeva la pena attaccare la Siria. E se una guerra per concludere un’altra guerra non è mai risolutiva a priori, come sempre ripetuto da Papa Francesco, ci si sorprende di come i negoziati sembrino non fare passi in avanti, nonostante le soluzioni indicate da tanti: cessate-il-fuoco immediato da entrambi le parti; divieto di ingresso di nuove armi; rientro dei profughi; inizio di un dialogo politico serio. Anche perché nel 2014 il mandato di Assad scade e la Siria dovrà affrontare nuove elezioni. Perché non suggerirgli di farsi garante, in questi mesi, del processo elettorale e di una transizione democratica? Non potrebbe essere un compromesso politico per impedirgli di far morire di fame e di guerra – ancora e ancora per chissà quanto tempo – il suo popolo?