OSPEDALE DA CAMPO/4
Per Giorgio e Filippo, come per tanti uomini e donne alla deriva e alla ricerca di un porto sicuro, la Casa di Accoglienza “S. Benedetto” è un ventre di madre che cura le ferite e riscalda il cuore, come chiede Papa Francesco. Per i senza tetto una certezza: non più di tre giorni consecutivi di permanenza, ma sufficienti a riprendere fiato e a riscoprire la propria umanità. Chi si comporta bene, certamente ritorna
Giorgio, quando può, viene a Fabriano e dalla stazione corre fino al centro. Trova ospitalità a fasi alterne presso la Casa di Accoglienza "S. Benedetto", una specie di trattoria dell’anima per un viandante che sa che può contare su un pasto caldo e un letto dove dormire: qualcosa come 1.400 persone ospitate in un anno, servendo 3.200 pasti. Una sistemazione temporanea e residenziale, per un progetto della San Vincenzo de’ Paoli di Fabriano, volto a prestare assistenza a chi è senza tetto, non più di tre giorni consecutivi di permanenza.Giorgio ha la barba lunga, ma sa che davanti allo specchio del bagno, insaponandosi, il suo volto cambierà completamente. Ha bisogno di sentirsi pulito, un uomo come un altro e tra gli altri. Viene dal Molise, da una terra arsa dove lavorare è sempre stato difficile. Gira l’Italia in cerca di un rifugio, e quando può, di un lavoro, anche se momentaneo. Fare lo spazzino è stato sempre un passatempo, e ammette che mentre la scopa raccoglie la polvere, sembra liberargli anche la testa. "Sono ben accolto solo a Fabriano", dice con il candore di un bambino. "Resterei sempre qui, se potessi, ma più di due giorni non posso". Non è stato sposato, non ha figli, non ha più una famiglia. Verso sera, quando il buio cala, gli prende la malinconia. Pensa al cascinale in Molise, fuori del quale suo padre si stendeva sull’erba secca e guardava il cielo tenendo al guinzaglio il cane scodinzolante. Sua madre tagliava il tartufo a fette. La solidarietà, da quelle parti, era un dovere tra paesani, anche quando il cibo scarseggiava.Giorgio ha fatto il meccanico e il bidello, prima che i fumi dell’alcool gli annebbiassero la vista. Ora il vino non lo può neanche vedere. Beve solo acqua e caffè. Gli piace l’odore della cucina, della lavanderia. A Fabriano, nella Casa di Accoglienza di via Mamiani, non trova solo la sua casa giornaliera, ma anche il dialogo, la comprensione. Dopo cena, prima di coricarsi, scambia quattro chiacchiere con il custode e con gli altri ospiti. Gli torna in mente la sua valle rocciosa, la domenica, quando sua mamma si metteva il fazzoletto nero in testa e preparava un tipo di pasta fresca tipico, i cavatielle, una sfoglia senza uova. È prodotto in particolare nel paese di Trivento, dove Giorgio abitava. Questa pasta veniva condita con il sugo di pomodoro e le verdure passate. Poi c’era la "pampanella", la carne di maiale cotta al forno con alcune spezie e molto peperoncino rosso sia dolce che piccante.La struttura della Casa di Accoglienza consente di condividere degli spazi, di aiutarsi, di darsi coraggio. C’è sempre una piena sinergia con la Caritas diocesana, le parrocchie e, in primis, con il Vescovo Giancarlo Vecerrica che ha voluto dare maggior impulso a questo luogo, grazie anche alle parole di Papa Francesco, che spinge per una Chiesa dei poveri, attenta sempre più alle esigenze ed ai bisogni degli ultimi. Come Giorgio che qualche volta scende in strada e si fuma una sigaretta. Pensa a Ferdinando, suo padre, morto mentre arava il campo perché il suo trattore si è rovesciato e lo ha schiacciato. Sua madre se ne è andata poco dopo dal dolore. Antonio, il fratello, è emigrato in Argentina e non ha più saputo niente di lui. Il vento di Fabriano gli scompiglia la chioma grigia. È simile a quello di Trivento, quando gli abitanti erano convinti che la pioggia la portasse il diavolo e il sole fosse il dono degli angeli. Per questo a Pasqua e a Natale il tempo volgeva sempre al meglio.Filippo è un ragazzo marchigiano che parla a monosillabi. Non dice quanti anni ha, né di dove è. Ha un volto misterico, segnato da una cicatrice. Non vuole confidare nulla di sé, eccetto che non ha un centesimo in tasca. Mi chiede un prestito, gli do cinque euro. "Sto male", ammonisce, come se la depressione fosse una colpa di tutti. "Non mi reggo in piedi, ho sonno", aggiunge. Filippo sembra fantasmatico, senza memoria, senza passato, meno che mai con un futuro. È appena uscito dalla doccia e si è infilato una tuta nuova di zecca. Sul lavandino del bagno scorrono acqua, sapone e barba. Si avvia in cucina dove mangerà le lasagne. "Mi sembra di stare al ristorante", dice a bassa voce, e i suoi occhi stanchi si chiudono. La notte scorsa si è addormentato sul divano. Dormirebbe sempre, se dipendesse da lui. Il suo letto viaggiante è il treno, dove si sposta senza una meta avanti e indietro tra le Marche e l’Emilia. "Qui è il posto dove si sta meglio. Sono gentili, simpatici, mi parlano tutti", asserisce, e per un attimo la sua voce squilla, prima che la bocca si chiuda ermeticamente. In stazione non lo accolgono più, e i luoghi come la Casa di Accoglienza di Fabriano sono sempre più rari. Filippo sogna, quando può, e il suo unico desiderio è dipingere. Quadri surrealisti, dove i bambini volano e le donne lievitano. Un artista senza nulla se non la fantasia dei folli, che è sempre una buona compagnia. Domani dovrà lasciare la casa, ma ritornerà. Gli fa male un braccio, dice che riesce ad alzarlo a malapena, quel tanto che basta per salutare o per portare la forchetta alla bocca. A quindici anni voleva fare il calciatore della Juventus e tirava in porta a giro. Sembrava Alex Del Piero, anche nelle movenze fisiche.La realtà della Casa di Accoglienza è multiforme. Le regole sono ferree (ad esempio c’è l’obbligo della doccia e non si possono ospitare famiglie e bambini, solo singoli), il personale opera gratuitamente e vigila sul buon andamento della gestione. Ridà fiducia e speranza alla gente, una boccata d’ossigeno per chi sa che il giorno dopo bisogna ripartire senza alcuna certezza. Chi si comporta bene rifà capolino. Dalla finestra qualcuno sorride, un uomo spegne la luce. La notte ottobrina è ancora calda, ma il cuore degli ospiti è freddo, congelato. Quelle coperte che coprono i loro corpi nascondono solo per un po’ la miseria umana, ma "l’ospedale da campo dopo la battaglia, dove curare le ferite e riscaldare il cuore " è un ventre di madre, per qualche ora, che solo la Casa di Accoglienza può "porgere".