TRIESTE/INCONTRO CCEE

I poveri bussano” “alle chiese” “di tutta Europa

Testimonianze di Giampaolo Crepaldi (arcivescovo di Trieste), Manuel da Silva Rodrigues Linda (vescovo ausiliare di Braga, Portogallo), Cesare Lodeserto ( Moldova), Angelo Massafra (vescovo di Shkodra, Albania). Il peso della crisi economica, la contrazione dei redditi e la ripresa dell’immigrazione. Ma in alcuni casi anche il rientro degli emigrati perché all’estero non c’è più lavoro

Le file delle persone che bussano alle porte delle Chiese in Europa è sempre più lunga e dolente. Ci sono tutti: uomini, donne, anziani, giovani e bambini. Si rivolgono alle parrocchie per chiedere un lavoro, una casa, spesso anche del cibo. Molti hanno bisogno di un aiuto per curarsi perché quando si è poveri e si è perso tutto, i soldi per le medicine non ci sono. Eccoli i volti della povertà in Europa. E a delinearli non sono indagini di marketing. Ma sacerdoti, parroci, vescovi impegnati in prima linea a fianco della gente. Dunque, niente statistiche e curve di andamento ma tante storie di vita, di dolore e di speranza. Racconti che si intrecciano. Siamo a Trieste dove oggi si conclude l’incontro dei vescovi e delegati responsabili degli interventi caritativi delle Chiese in Europa, promosso dal Ccee e dal Pontificio consiglio Cor Unum sul tema "Testimoniare la fede attraverso la carità". Trieste e l’Europa. L’appuntamento è nella mensa dei poveri dove i vescovi europei sono stati invitati a pranzo. Un grande edificio nel quartiere San Giacomo di Trieste donato da una ricca signora e adibito da circa 10 anni dalla Caritas a mensa e casa di accoglienza per senza fissa dimora. La mensa è aperta tutti i giorni dell’anno: a pranzo e a cena per un’offerta di circa 90 pasti al giorno. Metà degli utenti sono stranieri: ma l’altra metà è gente di Trieste perché in città è sempre più difficile trovare lavoro e l’effetto della crisi si vede soprattutto sugli sfratti. La presenza della Chiesa triestina a fianco delle povertà è capillare con case di accoglienza per famiglie, per donne sole con bambini, per rifugiati politici, ed un emporio in via Chiodino dove circa 200 famiglie (per un utenza finale di 900 persone) possono accedere a prodotti alimentari e beni di prima necessità, spesso anche vestiario. "I volti della povertà in Europa – dice monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste nonché presidente della Commissione "Caritas in Veritate" del Ccee – sono molti e drammatici, segnati da dolore e privazione. Emerge una forbice che si allarga nel segno della disuguaglianza tra paesi dell’Europa occidentale e orientale. E una forbice che si allarga all’interno degli stessi paesi tra le persone che stanno bene e le persone soprattutto del ceto medio che stanno scendendo verso le fasce della povertà e dell’emarginazione sociale. Le causa sono tante: quella più evidente è la conseguenza della crisi economico-sociale che stiamo vivendo". Dal Portogallo si è ricominciato a emigrare. I volti dei poveri in Portogallo – racconta monsignor Manuel da Silva Rodrigues Linda, vescovo ausiliare di Braga – sono soprattutto i disoccupati. Sono tanti: più o meno il 18% della popolazione e il 45% dei giovani laureati. I redditi si sono vertiginosamente abbassati e la gente non ce la fa a pagare affitti e mutui, trovandosi spesso per strada. "Tanti – dice il vescovo ausiliare – vengono da noi perché la Chiesa rimane per tantissimi l’unico punto di riferimento". E le parrocchie si sono organizzate con servizi di mensa e accoglienza. "Spesso la povertà si unisce alla disperazione e quello che la Chiesa può dare è spesso una parola di speranza". Ma intanto i giovani sono tornati ad emigrare per le mete che furono dei loro padri, e cioè l’Inghilterra e la Germania. La creatività della Chiesa. Parte con una raffica di percentuali monsignor Cesare Lodeserto per descrivere la povertà in Moldova: "Il 25% della popolazione è immigrata, il 30% non ha il minimo indispensabile per sopravvivere e quindi siamo un paese dove il 50% della popolazione vive nel disagio". Il Paese conosce poi uno dei fenomeni più tristi della crisi economica, quello degli orfani sociali: i bambini cioè lasciati a casa dalle madri per fare le badanti all’estero. Fenomeno che purtroppo si unisce al triste primato del suicidio minorile perché – dice Lodeserto – "quando il vocabolario dell’uomo si priva dei vocaboli di mamma e papà, il povero si mette a rischio di suicidio, di solitudine per tutta la via e di abbandono". In Albania invece – racconta monsignor Angelo Massafra, vescovo di Shkodra – la crisi ha un altro nome ed è quello del ritorno forzato degli immigrati albanesi a casa perché "all’estero, soprattutto in Italia e in Grecia, il lavoro non si trova più". E la Chiesa? "La Chiesa – risponde monsignor Crepaldi – è sempre stata e non può non esserlo, sul fronte della povertà, perché i poveri sono il grande tesoro della Chiesa. E lo è con una grande capacità creativa nel venire incontro ai bisogni dei poveri". Dunque una Chiesa che dimostra di essere all’altezza dei tempi e della crisi per quel "surplus di amore che ci viene dalla nostra fede di cristiani".