ILVA TARANTO
È la conclusione emersa dal convegno che si è tenuto ieri con politici, scienziati, amministratori regionali e locali, esponenti dell’industria, sindacato, cultura e della scuola. Per il vescovo Santoro, “alla fine prevarrà la ragione, lo sforzo generoso, il desiderio di continuare tutti insieme per il bene di Taranto e dei suoi abitanti”
Il caso Ilva di Taranto (seconda acciaieria d’Europa dopo Duisburg in Germania) non è chiuso e non lo sarà ancora per lungo tempo. Nella primavera del 2014 si aprirà il processo che vedrà oltre 50 accusati a vario titolo di disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari, emissione di inquinanti con violazione delle norme a tutela dell’ambiente e della salute. Tra gli accusati, oltre alla famiglia dei proprietari Riva, ci sono politici, amministratori locali, dirigenti della società, funzionari pubblici. Tra di loro, il più conosciuto è Nichi Vendola, attuale presidente della Regione Puglia. Questa la situazione dopo quasi due anni di battaglia legale tra la procura di Taranto, da un lato, la famiglia dei Riva dall’altro, e diversi livelli di amministrazione locale (dalla Regione al Comune, all’Azienda sanitaria, all’Agenzia regionale di protezione dell’ambiente-Arpa, fino al Governo che pochi mesi fa ha deciso di "commissariare" l’azienda per garantirne la continuità e impostare il recupero ambientale). Tutto ciò per dare giustizia alle 258 parti lese che si sono costituite in giudizio dopo aver presentato, nel corso del tempo, altrettante denunce che ipotizzano responsabilità dirette o indirette per la morte di almeno 386 lavoratori nel corso degli ultimi 30 anni, il cui decesso sarebbe riconducibile alla grave situazione di inquinamento ambientale prodotto dall’Ilva. Sullo sfondo di questi dati c’è inoltre l’ipotesi che altre centinaia di casi di tumori diversi, riscontrati tra la popolazione tarantina, specie tra gli abitanti del quartiere Tamburi, prossimo alla sede dell’Ilva, siano da ascrivere a polveri, fumi e altri agenti inquinanti derivanti dall’azienda. Rischi e possibilità di salvezza. Davanti a un quadro del genere, un caso che si può sicuramente definire "esplosivo", perché tocca le vite di decine di migliaia di persone e famiglie dei lavoratori e degli abitanti della città portuale pugliese, il nuovo arcivescovo della città, monsignor Filippo Santoro, ha deciso a poco più di un anno dal suo arrivo dal Brasile, chiamato da Benedetto XVI a guidare la diocesi, di indire un grande evento: mettere attorno al tavolo tutte le realtà che oggi hanno qualcosa da dire e da "fare" per risolvere la questione, venirne fuori, portare giustizia e pace tra la gente di Taranto che da anni, ormai, è esasperata perché sottoposta a rischi pesantissimi. Da un lato, il primo pericolo è quello che l’azienda chiuda, con i proprietari incapaci di far fronte alle enormi spese necessarie per rimettere a posto la situazione: oltre 2 miliardi di euro per gli interventi previsti dalle recenti prescrizioni dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale), lasciando senza lavoro almeno 12mila dipendenti diretti e si calcola circa 40mila "indiretti" del cosiddetto indotto, legati cioè ad attività varie di supporto alla produzione. Rispetto ai 200mila abitanti di Taranto, significherebbe – di fatto – la fine dell’economia di base della città e del territorio, una catastrofe economica senza precedenti, perché avrebbe ripercussioni a catena in tutti i comparti dell’attività economica, a partire dal porto, che per oltre l’80% movimenta acciaio Ilva. Dall’altro lato, un rischio altrettanto pericoloso sarebbe costituito dall’esito di questa "fuga" dei Riva: l’abbandono della fabbrica, un complesso enorme coi suoi oltre 15 milioni di metri quadrati di impianti che diverrebbero un enorme mostro di ruggine, impossibile da smantellare, a perenne e triste memoria dei grandi piani degli anni ’60 per industrializzare il Mezzogiorno. Tra presenze (e assenze) di peso. Cosa fare per evitare questa catastrofe economica, sociale, ambientale, e assicurare alla città di Taranto una continuità di vita nella giustizia, nel lavoro, nella concordia ritrovata? Mons. Santoro ha scelto la via del dialogo, della "concertazione" come preferisce dire in un’intervista al Sir (clicca qui). Nella giornata di ieri, presso la sede dell’università Lumsa alla parrocchia S. Rita, ha invitato scienziati e docenti universitari, un esponente del sub-commissario nominato dal Governo per gestire l’azienda, i ministri della salute Beatrice Lorenzin, dell’ambiente Andrea Orlando, sindacalisti, industriali, autorità, procuratore della Repubblica, un teologo, esponenti della "green economy", ambientalisti. Insomma, c’erano (o dovevano esserci) tutte le persone che contano. E la giornata di lavori ha dato i suoi frutti, pur tra qualche assenza di peso che si è notata: ad esempio non è intervenuto il governatore Vendola, nemmeno il sindaco Ippazio, e non ha parlato, pur essendo presente, il procuratore Sebastio. Mentre hanno parlato i ministri, gli studiosi, la Confindustria, i sindacati, la portavoce delle associazioni ambientaliste. Se ne esce solo "insieme". Ciò che è emerso dai lavori è stata una generale presa d’atto che da questa vicenda si esce solo "insieme", cioè se ciascuno fa la sua parte al massimo livello. Il Governo sostenendo l’azione del sub-commissario Edo Ronchi per risanare e trovare i finanziamenti necessari, i proprietari se assicureranno la continuità aziendale con i necessari investimenti, l’opinione pubblica se si "fiderà" dell’azione in corso, la magistratura se sarà vigile ma non "massimalista", permettendo tempi adeguati di intervento perché non esiste la "bacchetta magica". "Conto sulla buona volontà di tutti – ha detto al Sir il vescovo Santoro – sono sicuro che alla fine prevarrà la ragione, lo sforzo generoso, il desiderio di continuare tutti insieme per il bene di Taranto e dei suoi abitanti". La sua tenacia è stata riconosciuta da tutti gli intervenuti, persino dai ministri. C’è bisogno di persone coraggiose, se i problemi sembrano (e in realtà sono) così grandi, quasi immensi, da affrontare.