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I vescovi europei a confronto su crisi, indigenza e testimonianza della carità
Le file delle persone che bussano alle porte delle chiese in Europa è sempre più lunga e dolente. Ci sono uomini, donne, anziani, giovani. Si rivolgono alle parrocchie per chiedere un lavoro, una casa, spesso del cibo. Molti hanno bisogno di un aiuto per curarsi perché quando si è poveri e si è perso tutto, i soldi per le medicine non ci sono. Eccoli i volti della povertà in Europa. E a delinearli non sono indagini di marketing. Ma sacerdoti, parroci, vescovi impegnati in prima linea a fianco della gente. Dunque, niente statistiche e curve di andamento ma tante storie di vita, di dolore e di speranza. Attorno a questi temi si sono confrontati i vescovi e delegati responsabili degli interventi caritativi delle Chiese in Europa (Trieste, Italia, 4-6 novembre), promosso dal Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa (Ccee) e dal Pontificio consiglio Cor Unum. Titolo dell’incontro: “Testimoniare la fede attraverso la carità”. Problema capillare e drammatico. L’appuntamento è nella mensa dei poveri, dove i vescovi europei sono stati invitati a pranzo. Un grande edificio nel quartiere San Giacomo di Trieste donato da una ricca signora e adibito da circa 10 anni dalla Caritas a mensa e casa di accoglienza per senza fissa dimora. La mensa è aperta tutti i giorni dell’anno: a pranzo e a cena per un’offerta di circa 90 pasti al giorno. Metà degli utenti sono stranieri: ma l’altra metà è gente di Trieste, perché in città è sempre più difficile trovare lavoro e l’effetto della crisi si vede soprattutto sugli sfratti. La presenza della Chiesa triestina a fianco delle povertà è capillare con case di accoglienza per famiglie, per donne sole con bambini, per rifugiati politici, e un emporio in via Chiodino dove circa 200 famiglie (per un’utenza finale di 900 persone) possono accedere a prodotti alimentari e beni di prima necessità, spesso anche vestiario. “I volti della povertà in Europa – dice monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste nonché presidente della Commissione “Caritas in Veritate” del Ccee – sono molti e drammatici, segnati da dolore e privazione. Emerge una forbice che si allarga nel segno della disuguaglianza tra Paesi dell’Europa occidentale e orientale. E una forbice che si allarga all’interno degli stessi Paesi tra le persone che stanno bene e le persone che stanno scendendo verso le fasce dell’emarginazione. Le causa sono tante: quella più evidente è la conseguenza della crisi economico-sociale”. Dal Portogallo si emigra. I volti dei poveri in Portogallo – racconta monsignor Manuel da Silva Rodrigues Linda, vescovo ausiliare di Braga – sono soprattutto i disoccupati. Sono tanti: più o meno il 18% della popolazione e il 45% dei giovani laureati. I redditi si sono vertiginosamente abbassati e la gente non ce la fa a pagare affitti e mutui, trovandosi spesso per strada. “Tanti – dice il vescovo ausiliare – vengono da noi perché la Chiesa rimane per tantissimi l’unico punto di riferimento”. E le parrocchie si sono organizzate con servizi di mensa e accoglienza. “Spesso la povertà si unisce alla disperazione e quello che la Chiesa può dare è spesso una parola di speranza”. Ma intanto i giovani sono tornati ad emigrare per le mete che furono dei loro padri, e cioè l’Inghilterra e la Germania. La realtà in Moldova e Albania. Parte con una raffica di percentuali monsignor Cesare Lodeserto per descrivere la povertà in Moldova: “Il 25% della popolazione è migrante, il 30% non ha il minimo indispensabile per sopravvivere e quindi siamo un Paese dove il 50% della popolazione vive nel disagio”. Il Paese conosce poi uno dei fenomeni più tristi della crisi economica, quello degli orfani sociali: i bambini cioè lasciati a casa dalle madri per fare le badanti all’estero. Fenomeno che purtroppo si unisce al triste primato del suicidio minorile perché – dice Lodeserto – “quando il vocabolario dell’uomo si priva dei vocaboli di mamma e papà, il povero si mette a rischio di suicidio, di solitudine per tutta la via e di abbandono”. In Albania invece – racconta monsignor Angelo Massafra, vescovo di Shkodra – la crisi ha un altro nome ed è quello del ritorno forzato degli immigrati albanesi a casa perché “all’estero, soprattutto in Italia e in Grecia, il lavoro non si trova più”. E la Chiesa? “La Chiesa – risponde monsignor Crepaldi – è sempre stata e non può non esserlo, sul fronte della povertà, perché i poveri sono il grande tesoro della Chiesa. E lo è con una grande capacità creativa nel venire incontro ai bisogni dei poveri”. Nuovo impegno a Barcellona. Ma l’attività dei vescovi europei e del Ccee non si ferma. Dall’8 al 10 novembre, infatti, si svolge l’incontro dei presidenti delle Commissioni episcopali per le comunicazioni sociali delle Conferenze episcopali d’Europa promosso quest’anno a Barcellona. Il tema è “Evangelizzare l’anima dell’Europa. Il contributo delle comunicazioni sociali”.