SLOVACCHIA

Quei piccoli che chiedono aiuto

La Caritas accoglie i rifugiati minorenni, in viaggio senza la famiglia

“Fiore africano”, “sorriso di libertà”, “nostra madre nera”: sono tutti nomi attribuiti a santa Josephine Bakhita, schiava sudanese, poi religiosa canossiana, che visse dal 1869 al 1947: nonostante il suo destino come vittima della schiavitù e della tortura, è stata capace di testimoniare Dio in uno spirito di riconciliazione e di perdono. “La vita coraggiosa di questa suora non offre consolazione solo ai cristiani in Sudan, così duramente colpiti dalla guerra e dalla povertà. Grazie alla sua fedeltà e al suo servizio, Bakhita dà speranza a tutta la Chiesa, in particolare alla nostra missione caritativa”, afferma Radovan Gumulák, segretario generale di Caritas Slovacchia, che ha scelto la santa come patrona di un progetto finalizzato ad aiutare i migranti, soprattutto bambini e giovani sotto i 18 anni provenienti dall’Europa centrale per chiedere aiuto nel loro cammino verso la libertà.

Da soli in un mondo sconosciuto. “I giovani rifugiati si rivolgono a noi da molti Paesi, a cominciare dall’Europa orientale, passando per il Medio Oriente, le nazioni asiatiche, fino a Stati africani come la Somalia o l’Eritrea. La maggior parte di loro non aveva alcuna idea dell’esistenza della Slovacchia, che di solito rappresenta solo un Paese di transito verso le regioni occidentali dell’Europa, con un sistema di asilo più sviluppato”, spiega Andrea Boboková, coordinatrice del progetto Bakhita, aggiungendo che – anche se questa situazione si verifica abbastanza raramente – “a volte alcuni rifugiati decidono di rimanere a vivere in Slovacchia, se non riescono a contattare i parenti altrove”. I bambini di solito arrivano in Slovacchia attraverso il confine con l’Ucraina come membri di un gruppo più numeroso di rifugiati, e succede spesso che i loro genitori si trovino già in uno Stato dell’Europa occidentale. Se il gruppo viene individuato dalla polizia, i minorenni vengono consegnati a una delle due istituzioni di affidamento, Horné Orechové o Trencin. Il tempo medio di permanenza in Slovacchia è di 3-4 mesi, anche se alcuni di loro intraprendono la fuga e proseguono il loro viaggio avventuroso subito dopo la prima notte trascorsa in istituto.

Destini fragili. Ogni anno, Caritas Slovacchia aiuta diverse decine di migranti minorenni. “A volte sono davvero molto piccoli. Attualmente, abbiamo un bambino di tre anni della Somalia, ed è così fragile… È orribile che un bambino che dovrebbe avere una bella vita, andando a scuola e giocando con i suoi amici, si trovi ad affrontare una situazione così difficile, quasi insopportabile”, sostiene Boboková, sottolineando che, a volte, neppure un’équipe di esperti perfettamente qualificati in psicologia, assistenza sociale e lingua slovacca è in grado di aiutarli a superare i loro traumi. “Essere un rifugiato significa vivere in uno stato di costante stress e per molti ragazzi questa brutta sensazione è doppiamente difficile da sopportare che per gli adulti”, spiega la psicologa Mária Hajduchová. “Il desiderio di una vita migliore, le aspettative spesso ingenue nei confronti dell’Europa, il costante conflitto con la realtà associata alla perdita della famiglia e alla paura del futuro”, enumera l’esperta, possono essere fonte di gravi problemi. “Alcuni di loro devono convivere con pesanti ricordi traumatici di violenza. Molti ragazzi vengono qui con il ricordo di qualche membro della loro famiglia che è stato brutalmente ucciso”, continua Hajduchová. Quindi aggiunge che la prima fase del contatto con la nuova realtà è il più difficile: “Una volta che l’abbiamo superata, e il bambino è ancora affidato alla nostra cura, si comincia con la parte relativamente più semplice del trattamento: creare delle opportunità per permettergli di realizzare i suoi talenti e le sue abilità”. Gli esperti cercano di preparare questi bambini per qualsiasi scelta nella loro vita futura, tenendo conto delle tristi statistiche che li classifica come uno dei gruppi più a rischio per essere presi di mira dai trafficanti di esseri umani. “Si tratta di una delle nostre priorità: metterli in guardia e fornire loro tutte le informazioni necessarie per permettere di evitare il rischio di diventare vittime di quel tragico business”, afferma la coordinatrice del progetto.

Questione di cuore. “Si verificano spesso situazioni in cui ci sentiamo impotenti di fronte alla sofferenza e alle esperienze brutali vissute da questi ragazzi e ragazze”, confessa Andrea Boboková; ma quando questo succede, la preghiera è l’unica azione che ha senso e che funziona. “Siamo molto ispirati dalla dottrina sociale di Papa Francesco, il cui esempio di servizio altruistico nei confronti dei più bisognosi ci aiuta ad andare avanti anche quando ci sentiamo senza fiato. Ci invita a non vivere in una sorta di bolla di sapone, a non coprirci gli occhi per evitare il contatto con la realtà, e lo fa con grande coraggio. Credo che questo sia il cuore del nostro servizio ai piccoli immigrati, e che la maggior parte di questo lavoro si produca nei nostri cuori”, conclude il segretario generale di Caritas Slovacchia. Il progetto Bakhita è eseguito su base annuale e la sua attuale edizione durerà fino alla fine di febbraio 2014.