LA PIAZZA DI KIEV
Josyf Milyan, vescovo ausiliare di Kiev della Chiesa greco-cattolica ucraina: “Noi ci consideriamo un Paese europeo, anche se non stiamo all’interno dell’Unione. Ogni ucraino è consapevole di questa identità”. Grande preoccupazione sul rischio di un esito violento delle manifestazioni contro le decisione del governo che ha congelato il percorso di avvicinamento all’Europa a favore del dialogo con Mosca
"Si ascolti la voce del popolo ucraino e si apra un dialogo pacifico ed equilibrato, rinunciando alla violenza": questo l’appello accorato di monsignor Josyf Milyan, vescovo ausiliare di Kiev della Chiesa greco-cattolica ucraina, in questi giorni a Malta per partecipare all’incontro dei vescovi e delegati di pastorale migratoria da 25 Paesi europei, organizzato dal Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali europee). Insieme al delegato padre Andii Hakh che lo accompagna – in questo caso funge da interprete – mons. Milyan esprime molta preoccupazione per il suo Paese, informandosi costantemente sugli sviluppi della situazione. Da alcuni giorni centinaia di migliaia di studenti e di manifestanti filo-europeisti sono scesi in piazza a Kiev per protestare contro il governo, che ha congelato un percorso di avvicinamento all’Europa a favore del dialogo con Mosca. Domenica ci sono stati episodi di repressione violenta da parte della polizia, con più di 300 feriti. Il premier ucraino Nikolai Azarov ha poi chiesto scusa a nome del governo e del presidente Victor Ianovich. La Chiesa greco-cattolica ha aperto tutte le chiese per dare cibo e assistenza a centinaia di manifestanti. "Molti vengono da lontano, ci chiedono un aiuto che non possiamo rifiutare – racconta mons. Mylian -. I laici hanno organizzato dei servizi, con la possibilità di riscaldarsi, bere un caffè, mangiare un pasto caldo. La prima notte della manifestazione nella nostra cattedrale hanno dormito 300 studenti, poi sono venute altre persone, di tutte le età". Siete preoccupati per questo momento delicato che sta attraversando l’Ucraina?"Sì siamo molto preoccupati per il rischio che le proteste si risolvano in maniera violenta. Come Chiesa non abbiamo nessuna posizione politica, ci dedichiamo al servizio sociale, ponendo l’accento sul Vangelo e intervenendo attraverso l’amore e la carità. Per cui prima di tutto pensiamo a dare accoglienza e cibo. Personalmente non mi aspettavo conseguenze di questo genere, perché dal 2004, l’anno della rivoluzione arancione, la popolazione aveva perso fiducia nei politici e non c’è una forza in grado di prendere in mano il governo. Nella storia ucraina le manifestazioni di piazza per l’interesse nazionale sono sempre iniziate dai giovani, a partire dalle lotte per l’indipendenza nel ’91 e poi nel 2004. Anche stavolta i giovani hanno organizzato tutto da soli, non hanno mai fatto entrare i politici nelle loro riunioni, per questo li accusano di subire influssi esterni. Ma non è così. I giovani stanno veramente facendo tutto da soli". Quali sono i vostri rapporti con il governo?"Il nostro arcivescovo Sviatoslav Shevchuk è molto giovane. Dal momento della sua intronizzazione due anni fa non ha ancora incontrato il governo, tramite il Consiglio nazionale delle Chiese tradizionali ucraine al quale aderiamo. Quando il Consiglio, nel maggio scorso, ha ricevuto un invito da alcuni responsabili europei per un incontro a Bruxelles, il presidente ha convocato d’urgenza le Chiese. Così non sono potuti andare a Bruxelles. In quell’occasione l’arcivescovo ha fatto un appello al presidente, chiedendogli di procedere in maniera diversa, più pianificata. Bisogna dire la verità, per difendere gli interessi della Chiesa. Questo ci costa, ovviamente, perché il governo ucraino ci tratta molto negativamente: come greco-cattolici non possiamo usufruire di terreni per costruire chiese come gli ortodossi del Patriarcato di Mosca. In 20 anni ci sono stati accordati solo due terreni, ma a Kiev abbiamo 21 comunità cristiane senza chiese". Come popolo vi sentite più vicini all’Europa o alla Russia? "Ad agosto, quando abbiamo inaugurato la cattedrale, l’arcivescovo ha detto che l’Ucraina ha scelto la strada europea fin dal momento della sua nascita nel 988. Perché la storia dice che il principe ucraino Jaroslav ha mandato sei figli in diverse città europee, dove si sono sposati con altri principi e principesse. Per cui l’Ucraina, per tanti motivi storici, è legata all’Europa. Noi ci consideriamo un Paese europeo, anche se non stiamo all’interno dell’Unione. Ogni ucraino è consapevole di questa identità. La manifestazione coinvolge la maggioranza del popolo. Domenica scorsa ho telefonato ai miei parenti, solo mia madre era in casa, tutti gli altri erano andati alla manifestazione. Sono venuti a Kiev anche dai Paesi più piccoli, questo vuol dire che la maggioranza della popolazione vuole l’Europa". Qual è allora il vostro appello al governo?"Sono convinto che le belle cose non si ottengono attraverso il sangue e la violenza. Se guardiamo alla Costituzione ucraina e a quella europea, entrambe dicono che il punto massimo della democrazia è la volontà del popolo, che sceglie la modalità di governo che preferisce. Se la popolazione ucraina oggi sta facendo una manifestazione per chiedere un cambiamento, e se il governo, il parlamento e il presidente non hanno soddisfatto le attese, allora bisogna ascoltare la voce del popolo. Non bisogna sollecitare un colpo di Stato o altri fatti violenti. Sono convinto che si possono fare passi avanti solo convocando tutte le persone interessate a partecipare ad un dialogo pacifico ed equilibrato, dal quale tutti possano uscire contenti e soddisfatti".