CCEE - MIGRAZIONI" "
Vescovi da tutta Europa a Malta per studiare le pressioni demografiche
Abbattere le barriere che generano l’esclusione degli immigrati in Europa e non permettono loro di partecipare alla vita della società che li accoglie né di sentire il senso di appartenenza. Questo l’invito alle Chiese europee risuonato a conclusione dell’incontro organizzato, dal 2 al 4 dicembre, a La Valletta (Malta) dalla sezione migrazioni della Commissione “Caritas in veritate” del Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali europee). Vi hanno partecipato una quarantina di vescovi e delegati di pastorale migratoria da 25 Paesi (19 Conferenze episcopali). Una tre giorni nella piccola Repubblica insulare mediterranea – terra di sbarchi e di transito di migranti – iniziata lunedì con le visite, in piccole delegazioni separate, a un centro “chiuso” (dove i migranti appena sbarcati vengono rinchiusi in “detenzione preventiva” per un periodo fino a 18 mesi, per accertare la possibilità di ottenere lo status di richiedente asilo e poi rifugiato) e a un centro “aperto”. La Chiesa di Malta nelle sue varie espressioni, dalla “Malta emigrants commission” ai gesuiti del Jesuit refugee service, dalle associazioni alle parrocchie, è molto attiva nella pastorale migratoria: opera in 14 centri sparsi nelle varie isole, dando ospitalità a 400 persone, fornendo cibo, assistenza, tutele legali e servizi. A breve c’è l’intenzione di aprire anche un centro diurno per minori. A Malta il numero ufficiale di migranti stimati è tra i 10 e i 13mila, ma si dice che siano molti meno (circa 7mila) perché molti riescono ad imbarcarsi irregolarmente verso l’Europa. Vivere come in un limbo. “Appena i migranti sbarcano nei nostri porti – ha raccontato padre Alfred Vella, direttore della commissione Malta emigrants – vengono interrogati dalla polizia migratoria per accertarne l’identità e la provenienza. Poi entrano nei centri ‘chiusi’, dai quali non si può uscire”. “Come Chiesa – ha precisato – lavoriamo molto per cambiare questa situazione: noi vogliamo i centri di accoglienza aperti: le persone hanno bisogno di essere ascoltate nei loro bisogni e devono essere libere di uscire”. “Purtroppo – ha precisato – in questi ultimi mesi le cose non sono migliorate, perché i tempi per i permessi si sono allungati. Qui a Malta i migranti non possono sposarsi, non possono viaggiare in Europa né tornare al loro Paesi. A causa delle difficoltà legali vivono in una specie di limbo. Sono questioni che affrontiamo ogni giorno, ma ci sentiamo a un punto morto, non riusciamo a risolverle”. Dopo aver visitato il centro “chiuso” di Hal Safi, dove sono rinchiusi 700 migranti dall’Africa subsahariana, anche padre Duarte da Cunha, segretario generale del Ccee, si è detto “molto impressionato: ho visto ragazzi in gamba, brave persone, con la capacità di affrontare una sfida così grande e difficile pur venendo da Paesi lontanissimi. Però mi fa paura pensare che dopo dieci-diciotto mesi in un centro da cui non si può uscire, anche una brava persona può cominciare ad avere rabbia. Bisogna fare attenzione perché questi centri non diventino diseducativi”. “La schizofrenia europea”. Tante le esperienze condivise in questi giorni dai partecipanti dei vari Paesi europei, che hanno raccontato buone prassi e problemi incontrati quotidianamente durante l’incontro personale con i migranti. Dalla Gran Bretagna, che ha intenzione di limitare l’accesso al welfare a romeni e bulgari, alla Moldavia, dove sta nascendo il nuovo fenomeno delle collaboratrici familiari che tornano dall’Italia e portano con sé gli anziani da assistere. Mentre si fa strada il timore, tra gli addetti ai lavori, che il nuovo Parlamento europeo che potrebbe nascere dalle prossime elezioni, abbia una bassa percentuale di forze politiche favorevoli all’immigrazione e più orientate invece verso i populismi e la xenofobia. L’approccio europeo in materia di migrazioni, ha spiegato la sociologa Laura Zanfrini, dell’Università Cattolica di Milano, “è vittima di una sorta si schizofrenia, data dal tentativo di tenere insieme logiche antitetiche di inclusione ed esclusione. Questo produce soluzioni spesso inefficaci e non etiche, lesive dei principi del magistero ecclesiale”. Tra i paradossi irrisolti, secondo Zanfrini, “considerare il migrante solo come ‘lavoratore ospite’, che porta a regolare l’immigrazione come un fenomeno economico, trascurandone la caratteristica politica, ossia l’idea di una società multiculturale”. Dal punto di vista pastorale la Chiesa, ha suggerito la sociologa, “dovrebbe svolgere un’opera educativa e di sensibilizzazione per correggere il vizio di forma all’origine”. Nelle conclusioni padre Luis Okulik, segretario della Commissione “Caritas in veritate” del Ccce ha avvertito: “Chi si sente escluso si disaffeziona alla società che lo accoglie”, perciò “bisogna abbattere le barriere che generano esclusione”. “La Chiesa usa un metodo molto efficace: prendersi cura dell’altro per ragioni di fede”. Prossimo appuntamento al 2015 in Lituania, per continuare a scambiare esperienze pastorali e fare rete a livello europeo. dall’inviata Sir Europa a Malta, Patrizia Caiffa