BIBBIA & LETTERATURA

Nelle letture dagli altari tutta la complessità dell’uomo post-moderno

Le letture dell’Anno A rivisitate dal biblista Bruno Maggioni e da Leonardo Sapienza, reggente della Casa Pontificia, ci fanno scoprire la grande attualità del messaggio evangelico anche nei suoi rapporti con la letteratura internazionale. Sembrano scritte oggi, alla luce dei conflitti psichici, delle insoddisfazioni, delle idiosincrasie autolesioniste dell’uomo dei nostri tempi

"Non è il passato che deve ritornare. C’è un attaccamento al passato, una nostalgia di ciò che ‘c’era una volta’, che impedisce di afferrare le nuove possibilità. Chi sogna di rifare le cose di prima non è un costruttore di speranza".
L’Isaia (43,18) che invita a non ricordare più le cose passate con struggente nostalgia nella quarta domenica di Avvento è commentato dal biblista Bruno Maggioni in "Ecco, io sono con voi…" (Edizioni Messaggero Padova, 258 pagine). Le parole dello studioso e quelle del profeta segnano un’evidente continuità dall’ottavo secolo prima di Cristo fino a noi. Vogliono dire che quell’apparentemente modernissimo rimpianto per ciò che abbiamo perduto, che riempie i nostri giorni convincendoci, come direbbe Yeats, che l’oggi e il domani sono "uno spreco di fiato", in realtà ci uccide dentro.
Le meditazioni che vi proponiamo – abbiamo davanti infatti anche "Alla luce del Vangelo" (Editrice Rogate, 147 pagine) di Leonardo Sapienza, reggente della Casa Pontificia – sulla liturgia della Parola per l’Anno A, hanno questo di particolare: la messa in rilievo della straordinaria modernità di alcune letture che sembrano scritte oggi, alla luce dei conflitti psichici, delle insoddisfazioni, delle idiosincrasie autolesioniste dell’uomo dei nostri tempi.
In ambedue i volumi si possono isolare dei nuclei: intanto l’attaccamento alle cose di questo mondo che ci nasconde l’inutilità e la pericolosità dei nuovi idoli fatti di merci. Maggioni pone l’attenzione sulla povertà evangelica, fin dalla nascita di Gesù, sottolineando nel suo percorso di letture come molti segni rafforzino questo tema: la perifericità geografica (la Galilea) degli inizi, la scelta degli umili e dei puri di cuore, il distacco dalla materialità della vita, la gratuità. Il che non è in contrapposizione solo con una cultura dominante oggi e a quanto pare anche l’altro ieri, ma anche con una cultura che dalla seconda metà dell’Ottocento in poi ha proposto come modello il materialismo puro, quello che spaventò il Paul Bourget del romanzo "Le disciple" in cui tacitamente attaccava il materialismo di Zola. Ma d’altronde anche Dostoevskij, con "I fratelli Karamazov" e con "Delitto e castigo", aveva messo in guardia contro un altro effetto del rifiuto programmatico della fede, il nichilismo.
La gratuità del dono poteva essere vista in quell’ambiente come una forma di stupidità, e lo stesso grande russo ne aveva dato una prova in uno dei suoi capolavori, quell’"Idiota" che mostrava l’incomprensione della bontà in una società affascinata dalla forza, dal denaro e dalla menzogna. Non è un caso che Sapienza citi Dostoevskij nel suo libro, assieme ad altri scrittori, in una serie di rimandi che forse desterà qualche sorpresa, visto che tra gli autori spiccano i nomi di Voltaire, Camus, Böll, Paramananda, Seneca, Goethe. In realtà la saggezza, sembra dire l’autore, non ha confini: Seneca invitava a guardare più alla verità che alle opinioni, Swami Paramananda, mistico e studioso dei Veda, incitava alla ricerca inesausta, mentre il padre dell’illuminismo Voltaire (Sir ha recentemente pubblicato un articolo in cui si sono sgombrati alcuni luoghi comuni sul suo anticattolicesimo) notava che se Dio aveva creato l’uomo a sua immagine, poi l’uomo si è creato un Dio a sua immagine.
È assai forte la denuncia nelle letture dell’assillante preoccupazione per il domani. Anche qui gli ammonimenti evangelici segnano una continuità fortissima non solo con il nostro presente, ma anche con lo ieri di un’Europa in preda all’angoscia e alla paura, dipinta nei dolenti versi della "Terra desolata" di Eliot. Ma c’è ancora un elemento che colpisce: quando Maggioni pone l’attenzione sul motivo delle ossa presente in Ezechiele 37,12-14, che ancora una volta ritorna nella Terra desolata, come simbolo di aridità, e nell’opera della conversione, "Mercoledì delle Ceneri".
È questa la sensazione più immediata che viene dalla lettura di questi commenti: dagli altari non vengono parole senza più verità, ma riflessioni che sembrano provenire direttamente dal nostro post-moderno cuore.