IL RISVEGLIO DELL'ETNA
“Le prime avvisaglie si sono avute sabato, l’attività riguarda sempre il cratere di sud-est”, racconta Antonio Parrinello, il fotoreporter catanese, a cui si devono le immagini più belle, alcune delle quali esposte, qualche mese fa, all’Expo delle Dolomiti. Non c’è presepe, in Sicilia, che non abbia l’Etna sullo sfondo, tra muschio e pungitopo
Prima di diventare azzurro e terso come il mare, il cielo sopra l’Etna, al momento dell’aurora, sfiora il turchese. La terra nera s’illumina della neve fresca caduta durante la notte, mentre, come una virgola vibrante, una lingua di fuoco è disegnata in cima alla "montagna". Nessun siciliano si sognerebbe mai di chiamare "vulcano" quella che per tutti, grandi e piccini, nuove e vecchie generazioni, è sempre stata, solo e semplicemente, ‘a muntagna. Femmina, accogliente e materna, come un’aquila che con ali di roccia sovrasta la costa jonica affacciandosi sul mare, ma anche forte e decisa, a volte irascibile. È così in queste ore, mentre è in corso un parossismo, il ventesimo dall’inizio del 2013, l’anno che ha assistito alla consacrazione a patrimonio Unesco dei 3.350 metri di pura bellezza sicula che la rendono il vulcano attivo più alto d’Europa.
"Le prime avvisaglie si sono avute sabato, l’attività riguarda sempre il cratere di sud-est", racconta Antonio Parrinello, il fotoreporter catanese (il suo sito personale è www.antonioparrinello.com), che collabora, oltre che con i maggiori quotidiani e magazine italiani, anche con l’agenzia internazionale Reuters e all’Etna ha dedicato alcuni dei suoi scatti più belli, alcuni dei quali esposti, qualche mese fa, all’Expo delle Dolomiti. Quando si risveglia, l’Etna si fa sentire, e non solo tra i paesi che dormono ai suoi piedi: "Boati e tremori si sono avvertiti a Catania, a Messina, e persino a Reggio Calabria. Loro, i calabresi, non sono abituati, per questo si sono spaventati". Chi, invece, sotto quel vulcano è nato e ha anche il privilegio di viverci, accoglie con naturalezza la bellezza che torna a far parlare di sé con segni suggestivi che emozionano ogni volta come fosse le prima, e solcano l’animo di ogni siciliano, in qualunque parte del mondo si trovi. Si capisce, quindi, perché l’astronauta di Paternò, Luca Parmitano, mentre passeggiava tra le stelle cercava l’Etna, che spesso ha per cappello un pennacchio di fumo, per mandare i saluti alla sua terra. L’Etna è madre, l’Etna rimane casa, anche quando si vive altrove.
L’Etna, che Antonio definisce il suo "amore da sempre", a ogni eruzione "è sempre diversa, racconta emozioni nuove, ed è affascinante proprio per questo". È imprevedibile, come una fidanzata capricciosa ma irresistibile: "Ogni volta vorrei essere già lassù. Invece capita di vederla accesa dalla città, incamminarsi e, una volta giunti in quota, trovarla spenta". Quando accade, ed è successo anche sabato, in una delle pause dell’attività, vale la pena di rimanere, "anche solo per respirare quell’aria speciale che non solo fa bene ma aiuta a ritrovare se stessi in momenti di pura solitudine". I colori sono sempre quelli, l’evento non cambia mai: fuoco che dalle viscere della terra brucia l’aria e mangia la crosta di questo enorme scoglio emerso, come in una guerra tra profondità e superficie che dura da millenni. Ma che, ancora oggi, continua a lasciare stupefatti: "Alla fine vado a fotografare cose che già conosco, ma la spettacolarità del fenomeno è così grande che quando sono lì e vedo il cratere che esplode, il magma ad altezze esagerate, sono concentrato per il clic, ma poi mi stacco, guardo. Gli occhi bruciano, sembra di essere davanti a una enorme stufa. L’attività forte di questo periodo dà anche una certa adrenalina. Prima c’è l’esplosione, fortissima, poi tutto sembra placato, mentre in realtà si sta solo ricaricando. Le rose di magma fioriscono nella notte, le colate corpose formano un fiume che scorre, si dirama, e poi si perde nella valle". Non c’è presepe, in Sicilia, che non abbia l’Etna sullo sfondo, tra muschio e pungitopo. Mentre i boati continuano ad echeggiare, e rimbombano contro i faraglioni lanciati da Polifemo per fermare Ulisse che voleva tornare a casa: "Ma non bisogna avere paura. È la voce della Montagna. È il vulcano che parla all’umanità".