INFORMAZIONE E FRAGILITÀ
Un fotoreporter racconta l’amore di una donna per il suo uomo malato di Alzheimer
"Ho capito che nelle mie foto dovevo quasi dimenticare la malattia, o meglio renderla attraverso i gesti, la quotidianità di una donna che accudisce l’uomo con cui vive da oltre quarant’anni".
In questi giorni alcuni media nazionali stanno dedicando una particolare attenzione al progetto "Mirella", una storia raccontata per immagini dal fotoreporter romano Fausto Podavini. Una storia di tenerezza e dignità che ha come protagonisti Mirella e suo marito Luigi malato di Alzheimer.
A volte il turbolento fiume mediatico che scorre ogni giorno tra i sassi della politica, dell’economia e della società improvvisamente rallenta e sosta in piccole pozze d’acqua che consentono allo stupore di far capolino in un’opinione pubblica spesso distratta e frettolosa.
Un giovane fotografo, autore d’impegnativi reportage in diverse aree del mondo, è accolto nella casa di Mirella e Luigi, scatta migliaia di foto. Sono solo in bianco e nero perché il colore "avrebbe distolto l’attenzione dai gesti". Una lezione di umanità prima ancora che di fotografia.
Sono immagini di una donna china nel bacio sulla fronte del suo uomo che sta mettendo a dormire, una donna che lava il suo uomo in un dialogo tra fragilità e forza, una donna minuta ripresa di spalle, seduta a un tavolo di fronte a una grande luce. Un uomo e una donna che comunicano con gli occhi.
Quaranta di queste immagini sono nel libro che verrà diffuso a gennaio.
Allora è vero, c’è un’informazione che non sale in cattedra per giudicare le altre ma avverte la responsabilità di riaffermare che la ricerca della verità e il racconto della vita formano ancor oggi la ragione d’essere di una professione nata per partecipare alla costruzione di un mondo più giusto e più solidale.
Non a caso Podavini è stato premiato nella sezione "Daily Life" di World Press Photo, un importante concorso fotografico giornalistico che fino al 6 gennaio mette in rassegna straordinari scatti sul mondo al Forte di Bard in Valle d’Aosta: tra i molti ci sono quelli su Mirella e Luigi.
Le immagini di una donna e di un uomo che attraversano una terribile malattia si saldano con le parole dello scrittore francese Christian Bobin: "Queste persone dall’anima e dalla carne ferite hanno una grandezza che non avranno mai quanti portano la propria vita in trionfo".
Parole e immagini che richiamano un dramma umano e sociale che nel mondo, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità colpisce 44 milioni di persone, in Italia oltre 490mila. La scorsa settimana, esattamente l’11 dicembre, questo dramma spesso tenuto nascosto era nell’agenda del Summit del G8 riunito a Londra e in quella sede i responsabili della scienza e della salute hanno trovato un accordo sulle misure per affrontare l’epidemia mondiale della demenza. Tra gli impegni assunti c’è quello d’identificare entro il 2025 una cura o una terapia che modifichi sostanzialmente il decorso della malattia. Questo significa aumentare i fondi per la ricerca e il numero dei ricercatori.
Qualcosa si muove, anche nel tempo della crisi c’è un sussulto di umanità verso i più fragili. Non un atto compassionevole ma un atto di giustizia. Il fotoreporter non ha, dunque, perso il suo tempo nella casa di Mirella e Luigi, lo scrittore francese non ha perso il suo tempo nella casa di lungodegenza, i media non hanno perso il loro tempo nel raccontare persone che l’Alzheimer costringe a narrare se stesse e gli altri solo con gli occhi. Neppure dovrebbe essere tempo perso quello trascorso ai bordi di una cronaca strillata per incontrare i volti e la vita di donne e di uomini sconosciuti ma grandi.