OSPEDALE DA CAMPO/9
L’arcidiocesi di Napoli guidata dal cardinale Crescenzio Sepe, la terza più grande in Italia dopo Roma e Milano, risponde alla chiamata di Papa Francesco “risanare i cuori e curare le ferite”. La Caritas, che ora ha sede nei pressi del Duomo, si sposterà in uno storico edificio in corso di ristrutturazione in via Pietro Trinchera, per far nascere una sorta di “Cittadella della carità”
Una casa dove dormire di notte e offrire un’alternativa a donne sole che hanno perso il lavoro. Un centro diurno per ricostruire vite finite in strada, facendo la spola dai dormitori alle mense dei poveri della città. "Casa Antida", gestita dalla cooperativa "Semi di pace" e il "Binario della solidarietà", gestito dalla Fondazione Leone, sono due delle opere-segno della Caritas diocesana e dell’arcidiocesi di Napoli guidata dal cardinale Crescenzio Sepe, la terza più grande in Italia dopo Roma e Milano. Uno dei tanti modi che la Chiesa "ospedale da campo" mette in pratica, come chiede Papa Francesco, per "risanare i cuori e curare le ferite". La Caritas, che ora ha sede nei pressi del Duomo, si sposterà in uno storico edificio in corso di ristrutturazione in via Pietro Trinchera, per far nascere una sorta di "Cittadella della carità" napoletana. Intanto sul territorio…
"Casa Antida". Un appartamento antico come tanti altri nei bassi napoletani, in pieno centro. All’ingresso l’operatore requisisce coltellini, forbicette, lime per unghie che le ospiti sono costrette a portare con sé durante il giorno, per difendersi da eventuali aggressioni. Perché essere donne sole, vivere in strada e frequentare le mense dei poveri, a Napoli, non è come fare una passeggiata tranquilla in una quieta cittadina svizzera. A "Casa Antida", dal nome delle Suore della Carità di S. Giovanna Antida Thouret che hanno messo a disposizione una parte del vicino monastero, vengono ospitate ogni notte, dalle 20 della sera alle 8 del mattino, sette donne in situazione di disagio sociale, senza casa né lavoro. Camere con due o tre letti, docce, autogestione per cena e pulizie. In questo periodo sono quasi tutte immigrate che hanno perso il posto di lavoro come colf o assistenti familiari e non riescono più a trovarlo. Le famiglie napoletane, anche se hanno in casa anziani o malati da assistere, hanno dovuto stringere la cinghia. Le straniere, non avendo una rete familiare di supporto, si ritrovano senza soldi, senza casa. L’80% rischia di finire in strada. "Stanno qui per un periodo più o meno lungo – spiega suor Aurelia Suriano, responsabile di "Casa Antida" – finché non riusciamo a dare risposte concrete alla loro storia. In questo periodo è quasi impossibile trovare un lavoro. Allora le aiutiamo a rientrare in patria". Come Marcela, camerunese: dopo una grave depressione, grazie ad un intervento psichiatrico sollecitato dagli operatori, ora è rinata ed è pronta a tornare in Camerun. Svetanka, quarantenne bulgara, da sei anni in Italia, vive da due mesi a "Casa Antida" dopo la morte del 94enne che assisteva. Ora si sente disperata e persa. "Dovevo pagare 150 euro di affitto al mese per un posto letto. Ho chiesto soldi agli amici, poi mi sono rivolta al centro di ascolto Caritas – racconta -. Mi sento in un tunnel buio, ho poche speranze di trovare lavoro, ma la situazione nel mio Paese non è migliore. Non so proprio che fare". "Io faccio questo lavoro da 15 anni – aggiunge Anna, 52 anni, di Caivano (Napoli), un "matrimonio sbagliato" e un figlio di 21 anni che vive con parenti -, finora non avevo mai avuto problemi. Riuscivo anche a pagare 250 euro per un affitto. Poi sono finita al dormitorio. Da un anno non si trova più niente: ‘sto proprio accisa’". Anna, come tutte le altre, sogna per il futuro "un lavoro e un buco mio" (una casa). "Sono storie difficili, con situazioni molto diverse alle spalle – dice Iacopo Pierno, uno dei quattro operatori -. Ma a lungo termine vediamo bei risultati".
"Il binario della solidarietà". Dall’altra parte di Napoli, nel quartiere Gianturco, alti palazzoni grigi e strade frequentate da prostitute e malavita locale, gli ex locali del poliambulatorio delle Ferrovie dello Stato ospitano invece "Il Binario della solidarietà" un centro diurno per i senza dimora italiani, per aiutarli a progettare una nuova vita. "Per loro siamo un punto di riferimento – spiega suor Giuseppina Esposito, responsabile del centro -. Lavoriamo molto in rete con le parrocchie". Aperto la mattina per colazione, docce e servizio guardaroba, riapre il pomeriggio per i laboratori di formazione professionale (bigiotteria e cuoio) e la cena. I locali sono frequentati da 70/80 persone, in maggioranza uomini disoccupati, moltissimi padri separati senza più casa, con l’età media che tende ad abbassarsi tra i 30 e i 50 anni. Sono seguiti da quattro operatori e 200 volontari con percorsi personalizzati, per periodi anche lunghi. "Mentre in passato la categoria dei senza dimora era molto legata al disagio psichico – precisa la psichiatra Rosy Esposito – oggi arrivano da noi persone sane, per cui facciamo un grande lavoro di prevenzione". Franco, ad esempio: 36 anni, del quartiere Fuorigrotta. "Avevo una vita normale – racconta -. Lavoravo in una cartiera a Sora, convivevo con una ragazza. La fabbrica ha chiuso. Mi sono trovato senza lavoro e senza fidanzata. Ho avuto un crollo psicologico e sono caduto in depressione. Qui mi hanno aiutato. Mi sono sentito accolto". Il suo sogno è semplice: "Una casa, un lavoro dignitoso, moglie e figli. Anche quando riuscirò a realizzarlo, questa continuerà ad essere la mia famiglia".