EDITORIALE
L’Ue rilancia, anche con maggiori fondi, la formazione all’estero
Dal suo lancio nel 1987, quasi tre milioni di giovani europei hanno beneficiato del programma Erasmus di scambio intraeuropeo. Tuttavia, la scarsità di risorse finanziarie ha portato, negli ultimi mesi, a dibattiti sul futuro di questo programma e ha ispirato numerose iniziative volte alla sua continuazione. Queste ultime, in definitiva, hanno dimostrato il loro successo, dato che sia il Parlamento europeo che il Consiglio hanno dato la loro approvazione – rispettivamente alla fine di novembre e all’inizio di dicembre 2013 – a una riforma del programma di mobilità nell’Ue, che aumenterà il suo bilancio del 40% per i prossimi sette anni e ne estenderà il campo d’applicazione.Il nuovo programma Erasmus+ è iniziato il 1° gennaio 2014. Ha riunito sotto lo stesso tetto i programmi di istruzione e di formazione esistenti (Comenius, Erasmus, Erasmus Mundus, Leonardo da Vinci, Grundtvig, Lifelong Learning, Youth in Action), il che dovrebbe facilitare le modalità di accesso e di richiesta di adesione.Oltre a sostenere i soggiorni temporanei di studio all’estero, che costituiscono l’obiettivo principale del programma, Erasmus+ mira anche a promuovere la formazione professionale, i tirocini e il volontariato. Inoltre, attraverso le “Alleanze della conoscenza e delle competenze settoriali”, saranno istituiti dei partenariati tra istituzioni d’istruzione e imprese private, al fine di mettere i giovani in contatto con l’ambiente di lavoro reale. Anche insegnanti, formatori e operatori del settore giovanile avranno l’opportunità di fornire corsi di formazione o insegnare all’estero.Per la prima volta, una parte del bilancio è destinata anche al sostegno di progetti transfrontalieri nel settore dello sport. Un’altra novità è l’introduzione di un sistema di prestiti di garanzia che dovrebbe aiutare gli studenti dei Master a finanziare una laurea completa all’estero. Secondo la Commissione europea, nel periodo 2014-2020 il nuovo programma coinvolgerà complessivamente oltre 4 milioni di giovani tra i 13 e i 30 anni.Perché i programmi di mobilità dovrebbero essere sostenuti?La volontà dell’Ue di investire quasi 15 miliardi di euro nell’educazione dei giovani, nonostante la diminuzione complessiva del bilancio comunitario, secondo la proposta legislativa della Commissione europea, in sostanza deve essere vista nel contesto di Europa 2020, la strategia di crescita decennale.Erasmus+ è stato lanciato soprattutto come misura per combattere la disoccupazione giovanile, che oggi colpisce quasi 6 milioni di giovani, e per aumentare la competitività dell’Europa. Inoltre, il programma dovrebbe contribuire a colmare il divario tra l’offerta e la domanda delle competenze.Oltre a questi aspetti economici e orientati alla crescita, tuttavia, neanche l’aspetto sociale e umano dei programmi di mobilità dovrebbe essere dimenticato. Come ha sottolineato la deputata Anna Záborská, programmi come Erasmus “consentono a un’intera generazione di giovani di conoscere l’Europa da vicino, di sviluppare un rapporto con l’Europa e percepire ciò che la unisce”.I programmi di mobilità offrono ai giovani un contatto autentico con altre culture. Rendono possibile un collegamento in rete diretto tra i giovani europei e contribuiscono così a superare i pregiudizi. Incoraggiando un modo di pensare e di agire che supera le frontiere, tali programmi hanno il potenziale di rafforzare la cittadinanza attiva nell’Ue, nonché l’integrazione europea in quanto tale.La Chiesa vede un altro ruolo importante per i programmi di scambio nello sviluppo personale e nell’arricchimento degli individui. I giovani sono “più che semplici cervelli da riempire di scienza moderna”, sottolinea a questo proposito il canonico Charles de Hemptinnes nel suo rapporto sulla situazione degli studenti stranieri nel mondo.Un sostegno ai programmi che mirano ad aumentare la mobilità dei giovani, come Erasmus+, è certamente il benvenuto. Per quanto riguarda la loro realizzazione, tuttavia, è necessario non soltanto concentrarsi sugli aspetti economici, ma anche tenere presente le dimensioni culturale, sociale e umana, in modo che tali programmi possano aiutare i giovani a sviluppare un vero senso di responsabilità per il loro futuro, la loro famiglia, il loro paese d’origine e, non da ultimo, per l’Europa.