BOSNIA-ERZEGOVINA " "
Il monito dei vescovi: riforme urgenti, solidarietà verso gli ultimi. No alla violenza
Nella Bosnia-Erzegovina, scossa da una settimana da massicce proteste popolari, quella che si vive in questi giorni sembra una calma apparente. Le manifestazioni continuano, ma più moderate e pacifiche, con semplici sit-in o presidi. Si registrano anche forti prese di posizione da parte di esponenti religiosi che puntano l’indice contro la corruzione dilagante, l’incapacità dei politici, la violazione delle regole, l’aumento della disoccupazione, dei prezzi, dell’abusivismo edilizio, della diffusione della droga e del riciclaggio di denaro. Da tempo, ormai, i principali culti presenti in Bosnia, ortodossi, cattolici, ebrei e musulmani, hanno compreso la reale portata dei problemi del Paese e si danno da fare soprattutto sul piano sociale con le loro organizzazioni umanitarie. L’ultimo atto d’accusa contro la crisi arriva dalla Commissione Justitia et pax (Giustizia e pace) della Conferenza episcopale di Bosnia-Erzegovina. In una nota diffusa nei giorni scorsi, firmata da monsignor Franjo Komarica, vescovo di Banja Luka e presidente della Commissione, i vescovi denunciano che “coloro che governano il Paese, non hanno nessun sentimento o concetto o adeguati programmi sociali per superare le difficoltà contro cui la maggior parte della popolazione in Bosnia-Erzegovina sta lottando da anni”. “Politici incompetenti”. Le proteste di questi giorni indicano chiaramente le cause di questo disagio: “Il profondo divario tra i socialmente benestanti e i socialmente privati dei diritti in questo Paese e la continua indifferenza e incompetenza dei politici chiamati a guidare il Paese”. “È deplorevole – si legge nella nota – constatare come i rappresentanti locali del potere, con un adeguato sostegno da parte della comunità internazionale, sono giunti fino alle risse per risolvere la difficile situazione sociale. È dolorosa e profondamente disumana la loro strumentalizzazione politica della frustrazione, in gran parte giustificata, della maggior parte dei cittadini, soprattutto dei giovani, che in tale Bosnia ed Erzegovina, purtroppo, non vedono il loro futuro”. La grave povertà economica, tuttavia, non giustifica i comportamenti vandalici contro la proprietà pubblica, che i vescovi condannano senza mezzi termini: “Esprimiamo solidarietà a tutti i nostri concittadini che sono, in gran parte non per loro colpa, costretti a vivere in modo che non è degno per l’uomo. Nello stesso tempo, ci opponiamo e condanniamo risolutamente ogni tipo di vandalismo e ogni forma di minacce, la distruzione della proprietà comune e qualsiasi forma di manipolazione delle masse scontente, soprattutto dei giovani”. Una radicale riforma. Forte il monito a “tutti i responsabili, particolarmente i politici locali e internazionali che hanno la responsabilità dell’attuale situazione e del futuro del Paese” affinché “comincino finalmente a prendersi cura del bene comune di tutti i cittadini, così come per un più sicuro e più stabile futuro di questo Paese. Le attuali proteste dei cittadini scontenti indicano senza dubbio le necessità di implementare riforme strutturali nel Paese”. Perché questo rinasca e si strutturi come un vero Stato di diritto, stabile economicamente e socialmente, c’è bisogno, secondo i vescovi bosniaci, di “radicali riforme del sistema sociale e giuridico” che diano le necessarie garanzie del rispetto della dignità umana e dei diritti fondamentali di tutti i cittadini. Rinnovare lo spirito. L’attuale situazione, “apparentemente senza speranza”, potrà essere sanata anche attraverso un “fondamentale rinnovamento dello spirito. Invitiamo – è l’appello dei vescovi – i nostri concittadini a impegnarsi con tutte le loro forze per il bene di ogni uomo nel nostro Paese. In particolare invitiamo quanti giustamente esigono che i loro diritti umani e civili siano rispettati, a non usare durante le proteste la violenza e a non distruggere la proprietà privata e sociale, perché questo porta il Paese in un abisso ancora più profondo ma anche in un’incertezza ancor più grave. L’esperienza dimostra che la scintilla della violenza, una volta gettata, potrebbe facilmente trasformarsi in un fuoco di grandi proporzioni difficile controllare in questa nostra realtà segnata da molte ferite della guerra non ancora cicatrizzate e propagarsi alle relazioni interetniche”.