EMILIA ROMAGNA
Protocollo operativo avendo come fine ultimo il reinserimento sociale dei detenuti
Pene scontate in una dimensione più “umana” e dignitosa, puntando anche a un maggiore reinserimento sociale dei detenuti. È, in estrema sintesi, l’obiettivo del protocollo operativo che integra un precedente documento d’intesa tra il ministero della Giustizia e la Regione Emilia Romagna. Più fantasia e coraggio. “Il protocollo recepisce circolari, leggi e accordi che in questi ultimi anni hanno tentato di dare una risposta a situazioni da tutti ormai considerate ‘inumane e degradanti’ – spiega Paola Cigarini, presidente della Conferenza volontariato giustizia della Regione Emilia Romagna -. Sono buone intenzioni che dovranno trovare buone prassi e il volontariato dovrà anche vigilare per la realizzazione degli interventi enunciati. C’è ancora molto da fare”. Sul “maggiore reinserimento sociale” Cigarini precisa: “Il ritorno alla società con strumenti e risorse che possono aiutare la persona detenuta nella ricerca del lavoro, ma non solo, è l’obiettivo di quanti si avvicinano al mondo della pena e ne vedono l’inutilità quando è trascorsa nell’ozio e nell’abbandono. La formazione a un mestiere, lo studio, la crescita di interessi sono azioni importanti, ma se non sono seguite da esperienze lavorative risultano monche e insufficienti per un ritorno in società capace di contrastare il rischio della recidiva. Servono più fantasia e più coraggio. Le persone che abitano il carcere sono cambiate, mentre non è cambiata l’istituzione carcere che le ospita. Le carceri sono un concentrato di povertà e fragilità umana. Sono il ricovero coatto di quanti non trovano spazio all’esterno, di quanti le nostre politiche dell’accoglienza lasciano per strada o non riescono a curare o non vogliono vedere”. Tuttavia questo protocollo “s’inserisce in un processo di miglioramento della condizione delle carceri”. Riconoscere ai detenuti piena cittadinanza. “La definizione di ‘protocolli’ credo non vada intesa come strumenti più efficaci di altri per dare una risposta ai numerosi problemi di chi vive in carcere, quanto per il significato civico che porta in sé: sottintende il riconoscimento di cittadinanza a persone cui, unitamente alla libertà, vengono negati tutti i diritti umani”, commenta Paola Piazzi, presidente de “Il Poggeschi per il carcere” di Bologna, associazione che dal 1996 s’impegna a portare studenti universitari e giovani lavoratori dentro il carcere bolognese della Dozza attivando ogni anno laboratori di tecniche varie che coinvolgono alcuni detenuti. Un primo frutto della firma di tale protocollo è il progetto modenese “‘Formare cittadinanza accogliente. Formazione congiunta per coprogettare percorsi di accoglienza e accompagnamento per dimittendi e persone in misura alternativa alla detenzione’, che s’inserisce dentro al progetto regionale ‘Cittadini sempre'”, afferma Giulio Marini, presidente di “Porta aperta al carcere” di Modena. “Dopo aver valutato alcune difficoltà emerse sul servizio che i volontari offrono ai detenuti nel modenese, il gruppo di operatori, volontari (delle associazioni Gruppo carcere e città, Rinnovamento nello Spirito, Csi, Porta aperta al carcere) e interlocutori delle istituzioni ha scelto di lavorare sulla fase di dimissione dei detenuti che hanno concluso il periodo di detenzione o la fase di affidamento alle misure alternative alla detenzione”. “Il problema sostanziale prosegue Marini è il contatto dei detenuti con il contesto sociale, non sempre ricettivo rispetto a questi temi. Così si è scelto di progettare due azioni specifiche: una di formazione congiunta e una di conoscenza del territorio, ritenendo che la possibilità di conoscersi tra le associazioni possa comunque accompagnare il progetto nel suo svolgersi nel tempo. I destinatari del progetto saranno sei cittadini in fase di dimissione dal servizio carcerario o in misura alternativa alla detenzione”.a cura di Lucia Truzzi(28 febbraio 2014)