PROTESTE IN VENEZUELA

Il Paese ha reagito” “per la grave crisi” “economica e alimentare

Per Edgar Serrano, manager didattico per il master internazionale in sviluppo locale dell’Università di Padova, “il Paese è spaccato in due” e “le parti sono poco intenzionate a sedersi attorno a un tavolo”. L’obiettivo “non è il rovesciamento del Governo, ma fare pressione perché siano moderate le politiche di statalizzazione e indottrinamento statalista”. Dalla Chiesa “un forte richiamo al dialogo, da parte di tutti”

Tre settimane di proteste di piazza. Repressioni e scontri. Il dopo Chávez per il Venezuela è diventato un inferno. Secondo gli ultimi bilanci ufficiali, in due settimane di proteste almeno 17 persone hanno perso la vita, 261 sono state ferite tra civili e agenti delle forze dell’ordine. Il 26 febbraio, al termine dell’udienza generale, Papa Francesco ha rivolto un appello perché "cessino quanto prima le violenze e le ostilità". Il presidente Nicolas Maduro, eletto nei mesi scorsi per un soffio, dopo la morte di Hugo Chávez, dopo essersi inizialmente chiuso a riccio, ha aperto al dialogo con l’opposizione. Per capirne di più abbiamo interpellato Edgar Serrano, venezuelano, manager didattico per il master internazionale in sviluppo locale dell’Università di Padova. "Sono molto preoccupato – ci dice – perché vedo un Paese spaccato in due, in cui le parti sono poco intenzionate a sedersi attorno a un tavolo. Eppure il dialogo è l’unica via d’uscita". Quali, a suo avviso, le cause di una protesta così forte?"La situazione è molto complessa. La mia personale opinione è che in parte sia in atto un tentativo di destabilizzazione politica, con qualche appoggio esterno. Ma, al tempo stesso, la protesta ha una base popolare forte a causa delle molte scelte sbagliate del governo Maduro". Quali scelte, in particolare?"Maduro ha sottovalutato il fatto di aver vinto le elezioni di un soffio, il Paese è uscito dal voto spaccato in due: sette milioni e 200mila voti da una parte, 7 milioni e 80mila dall’altra. Maduro invece ha voluto imporre a tutti il suo progetto politico, promuovendo statalizzazioni e approfondendo il progetto politico socialista. Ma, a causa anche della grave crisi economica e alimentare, il Paese ha reagito". La situazione economica è così grave?"Sì, non dimentichiamo che il Venezuela importa quasi il 90% di ciò che consuma. Ci sono gravi problemi di provviste alimentari. Inoltre nel Paese ci sono stati alcuni casi gravi di corruzione". Chi sta protestando?"La componente prevalente mi sembra pacifica, l’obiettivo non è il rovesciamento del Governo, ma fare pressione perché siano moderate le politiche di statalizzazione e indottrinamento statalista. La gente, in gran parte, chiede pluralità di pensiero. Poi, certamente, ci sono delle frange che puntano al rovesciamento del governo, creando violenza e caos. Maduro ha parlato di strategia del ‘golpe suave’". Chi ha interesse al rovesciamento del regime?"Personalmente sono convinto che nell’attuale situazione geopolitica non convenga a nessuno, tanto meno agli Stati Uniti, rovesciare il governo di un Paese visto come un riferimento per politiche sociali e progressiste da altri Paesi come Ecuador, Uruguay e Bolivia. Il tutto mentre in Colombia sono in corso delicati colloqui di pace. Senza dimenticare che i capitali si stanno ritirando dall’America Latina per tornare in Europa. La crisi economica si sta facendo forte anche in Brasile e soprattutto in Argentina, dove si rischia il default entro l’estate". Tornando al Venezuela, cosa manca a Maduro rispetto a Chávez?"Chávez era un leader carismatico, un grande comunicatore, ha saputo tessere relazioni in tutto il continente e attuare provvedimenti sociali di grande impatto. Inoltre, venendo dall’Esercito, ha saputo gestire i rapporti con le Forze armate. È evidente che Maduro non ha la stessa capacità di gestire il potere". Quale messaggio sta lanciando la Chiesa in questo momento?"C’è un forte richiamo al dialogo, da parte di tutti. Dalla gerarchia c’è stato spesso un atteggiamento di critica rispetto al governo, mentre in quelle che potremmo chiamare ‘comunità di base’ non manca chi pensa che il governo possa continuare nelle politiche sociali a favore dei ceti popolari". (*) "La Vita del Popolo" (Treviso)