PAESI NORDICI

L’erba del vicino è più verde

Una “fotografia” demografica, sociale ed economica della regione scandinava

C’è sempre spazio per migliorare, ma certo leggere il recente “Rapporto sullo stato della regione nordica 2013”, le 94 pagine di dati curati da un gruppo di ricercatori coordinati da Nordregio, istituto di ricerche specializzato nel settore degli studi regionali, suscita non poco senso di ammirazione e forse qualche invidia verso un’area del mondo in cui la vita sembra più semplice. Almeno in relazione ai settori che lo studio prende in considerazione: demografia, occupazione e lavoro, istruzione, sviluppo economico, gestione della crisi e crescita verde. A confronto tra loro sono Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia, incluse le Isole Far Oer, la Groenlandia e le Isole Aland, con le di volta in volta puntualizzate specificità e non secondarie differenze territoriali, e il riferimento ai dati e ai parametri dell’Ue.

Più figli, più immigrati, più anziani. Sono 26,1 milioni gli abitanti di questi Paesi, oggi variamente distribuiti nella regione nordica, 1,6 milioni in più del 2002, con una crescita del 40% superiore alla media Ue (0,63% all’anno contro lo 0,38% comunitario). Buona parte della crescita demografica è legata all’immigrazione (0,40%, pari a 1,1 milioni di immigrati), il restante è merito dei tassi di natalità ancora positivi: si va da 1,73 figli per donna in Danimarca a 2,04 in Islanda, rispetto a una media Ue dell’1,57. Si sta delineando però una grande disparità tra i centri urbani più consistenti e le aree rurali a densità sempre più bassa (ad esempio in Finlandia). L’invecchiamento della popolazione (pari al 2,8% negli ultimi 5 anni) va al passo con i livelli europei, anche se si registra un aumento del cosiddetto “indice di dipendenza strutturale” che misura quanti sono gli individui in età non attiva (0-15 anni e ultra 65) ogni 100 in età attiva. Tale rapporto oggi è intorno al 28%, mentre era del 24% nel 2002. Se gli anziani di oggi sono più sani e più ricchi è comunque prevedibile la futura carenza di assistenza in alcune aree e la necessità di attivare oggi politiche “più inclusive e semplificate” per facilitare ad esempio l’ingresso dei migranti sul mercato del lavoro e la loro integrazione nella società, e per coinvolgerli non solo nei lavori poco qualificati (pesca, industria estrattiva).

L’occupazione regge. Rispetto al tasso di occupazione dell’Ue28, attualmente al 64,1%, tutti i Paesi nordici ne sono al di sopra. Una larga percentuale della popolazione è occupata, con numeri riguardanti le donne tra i più alti al mondo. Sì, anche in questo ambito ci sono disparità regionali e manca ancora qualcosa alla soglia del 75% che l’Ue ha posto come obiettivo per il 2020. La media nordica è comunque oggi al 72,8% (per la precisione 72,5% per le donne e 74,6% per gli uomini). L’Islanda è al 79%, la Norvegia al 76%, Svezia e Danimarca viaggiano intorno al 72%, la Finlandia è al 69,4%. La risposta ai problemi della disoccupazione (che per la Svezia e la Finlandia colpisce più i giovani, mentre in Danimarca vede una sacca di “disoccupati di lungo periodo”) è concentrata nelle “misure per il mercato del lavoro”, e significa corsi di riqualificazione, stage e assistenza nello start-up di nuove imprese. Un’altra risposta che i Paesi nordici offrono alla disoccupazione sono le “compensazioni per malattia o inattività”, cioè assegni elargiti al 6,7% di inoccupati.

Effetti della recessione mondiale. “Questi Paesi si sono ripresi meglio che la media dell’Ue”, scrivono gli studiosi, leggendo nei dati nordici la fine del tunnel. L’anno peggiore è stato in generale il 2009, quando il Prodotto interno lordo ha registrato contrazioni diverse: in Finlandia dell’8,5%, in Islanda 6,6%, Danimarca 5,7%, Svezia 5%, Norvegia 1,9%. Dal 2010 la tendenza ha iniziato a invertirsi; resta in relativa difficoltà il mercato del lavoro, come pure si vedono strascichi su povertà ed esclusione sociale, soprattutto nelle principali aree metropolitane.

Istruzione, crescita verde. Altra percentuale in crescita è quella relativa all’istruzione superiore, salita dal 20% del 2002 al 25-30% attuale. Le ragioni starebbero nel fatto che l’innovazione è considerata elemento chiave della competitività e coloro che hanno diplomi superiori sono i meglio dotati per un sistema economico che non può prescindere dalla conoscenza, motore dell’innovazione. Lo dimostra anche il fatto che le regioni in cui vi sono città universitarie hanno risultati economici migliori di quelle senza, perché terminato il percorso di studi, le persone tendono a restare e investire nella regione dove hanno studiato. Di qui la scelta condivisa di decentralizzare e diffondere su tutto il territorio nazionale istituzioni scolastiche e accademiche di livello. Un dato che colpisce è anche quello relativo all’innovazione e alla spesa media per la ricerca e lo sviluppo che è del 3% del Pil (mentre la media Ue si aggira intorno al 2%). E così pure fa invidia la scelta strategica di fare della crescita verde un punto di forza, con buoni risultati nell’ambito del consumo domestico di risorse (risparmio energia elettrica) e nel mercato internazionale di beni e servizi “verdi”.