TURCHIA

Ancora ai bordi dell’Europa

Ankara è lontana da un piena democrazia. E nel Paese le proteste si moltiplicano

Paese sempre più strategico dal punto di vista degli equilibri regionali e internazionali, con un piede all’interno e uno all’esterno dell’Europa, la Turchia si sta avvicinando alle elezioni amministrative del 30 marzo in un clima incandescente dopo la rivolta di Taksim, gli episodi di corruzione, le violazioni dei diritti umani. In prospettiva le presidenziali di agosto e la presidenza del G20, ruolo che Ankara assumerà nel 2015. Ulteriore sfida, il consolidamento della ripresa del dialogo sui negoziati per l’adesione all’Unione europea su cui pesano le ultime mosse del premier Recep Tayyip Erdogan in materia di giustizia e libertà d’espressione, e le riserve di Germania e Francia.

Clima incandescente. A surriscaldare un clima già rovente è stata, lo scorso 11 marzo, la morte del quindicenne Berkin Elvan, il ragazzo simbolo di Gezi Park, per nove mesi in coma dopo essere stato colpito nel giugno 2013 da un candelotto di gas lacrimogeno sparato dai poliziotti durante una manifestazione anti-governativa in difesa del Gezi Park. L’omonimo movimento era nato a Istanbul contro il progetto di distruzione del parco di piazza Taksim per fare posto a un enorme centro commerciale. Le manifestazioni contro il taglio degli alberi erano iniziate il 27 maggio e, dopo un brutale intervento della polizia per disperdere il sit-in con lacrimogeni e cannoni ad acqua, il 31 maggio le dimostrazioni si erano estese in altre città. Gravissimo il bilancio della repressione: sette vittime fra i manifestanti, cui martedì si è aggiunto Elvan, e oltre 8mila feriti. Tensione e scontri anche nel giorno dei funerali del ragazzo. I partecipanti hanno esibito cartelli contro il governo e scandito slogan contro il premier, il suo partito islamico Akp e le forze dell’ordine. Per disperdere i dimostranti la polizia ha fatto nuovamente uso di idranti e lacrimogeni, e si parla di almeno altri 20 feriti e 150 arresti. Ma le manifestazioni antigovernative sono proseguite nel Paese, causando altre due vittime, tra cui un poliziotto colpito da un attacco cardiaco, e proseguono tuttora, anche se in tono minore, mentre ha fatto il giro del mondo la foto scattata ad Ankara della giornalista televisiva Husna Sari, colpita in pieno da un cannone ad acqua della polizia mentre riferiva della protesta davanti al Parlamento di circa tremila persone contro i processi in corso verso centinaia di alti ufficiali accusati di presunti tentativi di colpi di Stato nel decennio scorso contro il governo.

I rapporti con l’Ue. Dal 1949 membro del Consiglio d’Europa, la Turchia deve affrontare anche la sfida del consolidamento della ripresa del dialogo sui negoziati per l’adesione all’Ue. Avviati il 3 ottobre 2005, i negoziati Ankara-Bruxelles sono stati riavviati negli ultimi mesi del 2013 dopo un congelamento di quasi 3 anni e mezzo. Dei 35 capitoli negoziali ne sono stati aperti 14, uno solo dei quali a oggi chiuso. Intanto, in una risoluzione approvata il 12 marzo con 475 voti favorevoli 153 contrari e 43 astensioni, il Parlamento europeo ha espresso preoccupazione per le “purghe” messe in atto dal governo, che ha rimosso procuratori e capi della polizia impegnati nelle indagini sulla corruzione dell’esecutivo. Misure che, secondo i deputati, vanno contro i principi fondamentali di un sistema giudiziario indipendente. La risoluzione esprime inoltre preoccupazione per le accuse di corruzione che stanno travolgendo le più alte istituzioni e chiede di dare priorità alle riforme per la modernizzazione e il rafforzamento della democrazia nel Paese. “La Turchia si è imbarcata in riforme per il bene dei suoi stessi cittadini – ha spiegato la relatrice Ria Oomen-Ruijten – ma i recenti sviluppi nell’area delle libertà fondamentali, dell’indipendenza del sistema giudiziario e della libertà di espressione, sono grave motivo di preoccupazione”. Il Paese, rimarca la relatrice, “deve mostrare un reale impegno verso le sue aspirazioni europee e verso i valori su cui l’Ue è fondata”. Preoccupanti anche le misure prese dal governo di Ankara per limitare la libertà nell’uso di Internet, restrizioni dei diritti fondamentali che, secondo gli europarlamentari, “possono impedire alla Turchia di rispettare i criteri di Copenhagen per l’accesso all’Ue”. È stato riaperto il capitolo 22, relativo alla politica regionale, ma occorre aprire i capitoli 23 (sistema giudiziario e diritti fondamentali) e 24 (giustizia e affari interni). L’ondata di proteste senza precedenti, secondo i deputati “riflette le aspirazioni legittime di molti cittadini turchi a una reale democrazia”. Per questo il Parlamento Ue chiede di fare sì che siano garantite la libertà di religione e di associazione, e incoraggia le autorità turche a portare avanti le riforme necessarie per promuovere i diritti sociali, culturali ed economici della comunità curda. Nel frattempo è stato firmato un accordo di riammissione, con il quale il governo di Ankara si impegna a riaccettare gli immigrati clandestini passati dal suo territorio nell’Ue in cambio della prospettiva di una futura abolizione dell’obbligo di visto per i cittadini turchi che si vogliano recare nello spazio comunitario.