POLONIA
Parla il neo presidente della Conferenza episcopale. Sguardo rivolto alla Chiesa e al Paese
L’arcivescovo di Poznan, monsignor Stanislaw Gadecki, il 12 marzo è stato eletto alla guida della Conferenza episcopale polacca. I vescovi, incoraggiati dall’incontro con Papa Francesco nell’ambito della recente visita ad limina, si stanno preparando a partecipare insieme ai fedeli alla canonizzazione di Giovanni Paolo II prevista per il 27 aprile, ma anche agli eventi che segneranno l’anno 2016: a fine luglio a Cracovia verrà celebrata, in presenza del Pontefice, la Giornata mondiale della gioventù e il Paese commemorerà i 1050 anni della fedeltà alla Chiesa di Roma. A SirEuropa Gadecki spiega come la travagliata storia dei popoli dell’Europa centro orientale ha fatto sì che il cristianesimo in questa regione abbia assunto un ruolo particolare, che ancora oggi ha una specifica rilevanza.
Quali sono gli elementi che contraddistinguono la Chiesa polacca?
“La situazione della Chiesa in Polonia è condizionata da uno specifico contesto storico che differenzia l’esperienza polacca da quella di altri Paesi, anche vicini. All’epoca della Riforma protestante la Polonia non fu colpita da estenuanti guerre di religione e rimase fedele alla Chiesa di Roma. Nell’800, quando lo Stato polacco per 123 anni venne cancellato dalle carte geografiche – diviso tra la Prussia protestante, la Russia ortodossa e la cattolica Austria -, la Chiesa divenne il baluardo e il collante dell’identità nazionale. Nel ‘900 durante il nazismo e il comunismo fu l’unica oasi dell’imprescindibile dignità dell’essere umano e della libertà. Nella storia del nostro Paese s’inscrive infine il pontificato di Giovanni Paolo II, la cui influenza sulle sorti della Polonia, dell’Europa centro orientale e del mondo non ha uguali. Tutto ciò costituisce la ricchezza della Chiesa polacca, da sempre vicina al suo popolo e per il quale è sempre stata un’autorità morale e fonte di forza e di speranza”.
E quali sono i problemi?
“I problemi si rilevano nell’attuale contesto culturale, sperimentato da tutti i popoli dell’Occidente. Le sfide che sono state affrontate dai Paesi occidentali qualche decennio fa, toccano ora la Chiesa in Polonia. E allora è importante, approfittando dei nostri punti di forza, imparare da esperienze di altri Paesi”.
Quale significato avrà per la Chiesa polacca la canonizzazione di Giovanni Paolo II?
“L’intercessione dei santi è per noi una fonte di grazia di cui abbiamo bisogno per arrivare a un’efficace realizzazione dei nostri compiti. Con la canonizzazione, come comunità ecclesiale potremo chiedere l’intercessione di colui che è stato uno di noi. Vale la pena ricordare le parole dello stesso Papa pronunciate nel 1987, in occasione della beatificazione di una semplice figlia del popolo polacco, Karolina Kozka. Egli si chiese allora: ‘I Santi, non sono essi per… confondere?’. Quando ora parleremo di Giovanni Paolo II come di un santo, ricordando la sua vita, forse potremo sperimentare quella ‘salvifica confusione’. La vita di Giovanni Paolo II si è svolta nei tempi difficili della Seconda guerra mondiale e di un regime portato nel nostro Paese sulle baionette sovietiche. Egli però, nonostante tutto, ha saputo difendere la giusta gerarchia dei valori. Oggi questo è molto importante, vista la relativizzazione di tutti gli ambiti della nostra vita, la perdita del senso del peccato, il metterci al posto di Dio e i tentativi di padroneggiare anche la vita e la morte. Proprio per questo motivo la sua canonizzazione è così importante per la Chiesa di oggi”.
La Chiesa polacca ha firmato negli ultimi anni due documenti: con il Patriarcato di Mosca e con la Chiesa ucraina. Come vanno letti, vista l’attuale crisi in Ucraina?
“Nel 2012 a Varsavia è stato sottoscritto il messaggio congiunto della Chiesa cattolica polacca e la Chiesa ortodossa russa che contiene l’appello a tutti i fedeli affinché chiedano perdono per i torti, le ingiustizie e tutto il male arrecato gli uni agli altri. Questo documento testimonia l’assunzione di responsabilità per il futuro di entrambi i popoli, e del mondo. Apre la strada del dialogo poiché un importante ostacolo su questa strada è costituito da condizionamenti della storia dei nostri popoli. Bisogna superarli ricordando il legame della comune eredità cristiana dell’Est e dell’Ovest. Oggi, considerando i rischi che corre la nostra civiltà, è importante parlare con una sola voce e condannare come peccato mortale e vergogna l’aborto e l’eutanasia. È importante affermare con una sola voce che il fondamento di ogni società è costituito dalla famiglia. Nella dichiarazione comune sulla riconciliazione polacco-ucraina del 2013 si legge che ‘né violenza né pulizia etnica possono mai essere il modo per risolvere dei conflitti tra le etnie o i popoli vicini’ e che gli atti di violenza ‘non possono essere giustificati con ragioni politiche, economiche o religiose’. E queste parole assumono un particolare significato nell’attuale, drammatica situazione in Ucraina. La voce delle Chiese è particolarmente importante poiché ricorda che ogni male, inimicizia, divisione tra persone e popoli hanno sempre la loro origine nel peccato. Per questo abbiamo bisogno di una continua conversione”.