EDITORIALE
Il futuro della regione alla luce delle recenti elezioni a Belgrado
Il risultato delle elezioni in Serbia del 16 marzo ha confermato ciò che era previsto sin dall’annuncio delle elezioni, cioè la netta affermazione del partito vincitore anche delle precedenti elezioni del 2012. Questo esito garantisce adesso il potere pressoché assoluto del partito del presidente attuale della Serbia, Tomislav Nikolic, e dell’ex-vice primo ministro Aleksandar Vucic, leader di tale partito. Una vittoria indubbia, anche se occorre rilevare che ai seggi si sono presentati poco più della metà degli elettori.
Lo scenario parlamentare serbo ora comprende un minor numero di partiti rispetto alla situazione degli ultimi due decenni: sono presenti in parlamento quattro maggiori partiti, più tre rappresentanze delle minoranze etniche: bosniaca, albanese e ungherese. Uno degli elementi più evidenti in queste elezioni riguarda il fatto che hanno perso peso tutti i partiti e movimenti della destra nazionale, clericale e filorussa, cioè quelle formazioni politiche il cui programma comprendeva un forte “no” alla consegna dei criminali di guerra serbi al Tribunale internazionale dell’Aia, e, inoltre, un “no” all’integrazione europea della Serbia, all’avvicinamento alla Nato e a un possibile miglioramento dei rapporti tra Belgrado e Pristina (anche senza giungere a un riconoscimento ufficiale del Kosovo come Stato indipendente).
Dunque per la Serbia sembra spalancata la strada per proseguire il processo di adesione all’Unione europea: e occorre al più presto un segnale che confermi che questa politica che ha prevalso nelle urne non rimarrà solo una falsa e retorica promessa elettorale.
In questo momento – anche se potrebbe apparire paradossale – questa sorta di monopartitismo creatosi a Belgrado potrebbe essere d’aiuto nei processi che dovrebbero decollare, anche se il nuovo premier, Vucic, sembra pronto a coinvolgere nel suo futuro governo altri partiti, evidentemente per condividere la responsabilità e coinvolgere tutte le forze del Paese nelle necessarie riforme della vita politica, economica e sociale.
Per quanto riguarda il resto dei Balcani occidentali – cioè la Bosnia-Erzegovina, il Kosovo, la Macedonia, il Montenegro, l’Albania, tutti Paesi più piccoli della Serbia e tutti accomunati da rapporti più o meno amichevoli con Belgrado -, è chiaro che la eventuale, sincera politica proeuropea della Serbia potrebbe avere un’eco molto importante e positiva nell’intera regione. E tale politica europea della Serbia si dovrebbe avvertire proprio a partire dai rapporti con i Paesi vicini, i quali dovrebbero essere rassicurati da una Serbia “europea”, che si allontana definitivamente dalla politica muscolare di un passato non lontano.
La guerra sembra ormai alle spalle, eppure restano ancora molti nodi da risolvere nei Balcani: ad esempio lo status della minoranza serba nel Kosovo e quella albanese in Serbia, la debolezza istituzionale e strutturale della Bosnia, la chiusura della questione del nome della ex Repubblica jugoslava di Macedonia… Dal canto suo il Montenegro, il più piccolo di tutti gli Stati dell’area balcanica, è quello che al momento si trova in una posizione più avanzata nel processo d’integrazione europea, e spera di poter seguire la propria strada verso l’Ue senza essere “rallentato” dai problemi della regione. Trattandosi di una parte d’Europa molto frammentata, anche a causa del recente travagliato passato, è ovvio che occorre una “ricostruzione” sulla base di solidi legami politici, economici e culturali, fondati sul reciproco rispetto; c’è in gioco la prosperità dell’intera regione, che fra l’altro comprende la vicina Croazia, diventata da poco il 28° membro dell’Ue. Il partenariato tra questi Paesi in alcuni grandi progetti comuni (infrastrutture, energia elettrica, trasporti, scambi commerciali) sarebbe la chiave di volta per attirare investimenti stranieri, avendo inoltre accesso sicuro ai fondi previsti dall’Ue.
Sarebbe la strada più sicura per consentire una vita migliore alle popolazioni balcaniche, che l’hanno finora inutilmente desiderata e attesa dal momento della dissoluzione della ex Jugoslavia.