I SETTIMANALI CATTOLICI
Parlano i direttori delle testate diocesane: Guglielmo Frezza, Bruno Cappato, Vincenzo Tosello, Lauro Paoletto, Giampiero Moret e Carlo Arrigoni. In molti dubitano dell’esito plebiscitario. Si teme persino il bluff mediatico. Al malessere dei veneti che conoscono le migliori condizioni di vita dei trentini e friulani, si suggerisce di percorrere la strada dell’autonomia
Oltre due milioni di veneti si sarebbero espressi, con un referendum on line, per l’indipendenza della regione. La consultazione non ha alcun valore legale, ma denota un malessere diffuso, a patto che i numeri siano reali e non "gonfiati". Ne parliamo con chi in Veneto ci vive e di professione, o forse per vocazione, ascolta la voce del territorio, rendendone conto sui settimanali diocesani.
Dato significativo o bluff mediatico. "Se il dato è vero siamo di fronte a una richiesta politicamente significativa, in grado di cambiare lo scenario; in caso contrario è un enorme e ben riuscito bluff mediatico". Non usa mezzi termini Guglielmo Frezza, direttore della Difesa del Popolo (Padova), ma al tempo stesso non nasconde i dubbi circa la reale partecipazione. "Pare che si sia espressa la metà dei residenti in Veneto, ma qui attorno non trovo nessuno che abbia votato…", osserva Frezza, notando che – secondo i sondaggi – l’indipendentismo veneto oscillerebbe tra il 2 e il 4%, quindi "se questo risultato fosse vero vuol dire che sondaggisti, opinionisti e commentatori non hanno capito nulla". Estraneo alle rivendicazioni indipendentiste è senza dubbio il Polesine secondo don Bruno Cappato, direttore della Settimana (Adria-Rovigo). "Nel nostro territorio – annota – la metà parla ferrarese e l’altra metà veneto. Siamo ai bordi della regione e non abbiamo mai avvertito tensioni di questo tipo. Tanto che la Lega, qui, è quasi inesistente". Certo, a livello regionale e, ancor più, nazionale "una riflessione bisognerà farla", ma tenendo conto pure – prosegue Cappato – che "gli stessi responsabili del referendum non escludono che vi siano stati voti replicati". Difatti, pure a Chioggia "non vi è stata alcuna eco, nessuno ne parla", rimarca don Vincenzo Tosello, direttore di Nuova Scintilla. "L’indipendenza – evidenzia – è il ‘pio desiderio’ di una minoranza che, però, non ha senso. L’importante, piuttosto, è andare avanti a livello nazionale facendo quei provvedimenti che servono per la ripresa del Paese tenendo conto anche del Veneto, che davvero può tornare a essere la locomotiva dell’Italia".
C’è un malessere diffuso. Per Lauro Paoletto, direttore della Voce dei Berici (Vicenza), "è un segnale che non va sottovalutato perché esprime un malessere che c’è, e non da oggi". Però "è una battaglia che ha sbagliato l’obiettivo: come veneti non ci facciamo una gran figura in un contesto globalizzato". Insomma, è una conferma del "vizio del provincialismo che ci caratterizza e porta a cercare all’esterno le ragioni delle nostre difficoltà: ma non è con un’eventuale indipendenza che i problemi si risolverebbero". Semmai, sostiene Paoletto, se c’è una strada da percorrere è "quella delle regioni a statuto speciale". Concorda su tale direzione Gente Veneta (Venezia). "Vicino a noi – rileva Serena Spinazzi Lucchesi – ci sono il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia: è tangibile la differenza a livello di amministrazione dei Comuni, del fare impresa e così via. È per questo che nasce l’insofferenza della regione, sentimento diffuso intercettato dal referendum: sentirsi periferia ma senza l’autonomia riservata ad altri, anzi vessati dal punto di vista economico e fiscale". Certo, "la differenza tra oggi e il Nord Est del boom economico è grande", osserva don Giampiero Moret, direttore dell’Azione (Vittorio Veneto), per il quale siamo di fronte a una "manifestazione d’impronta leghista" che nasce da un "disagio generale, che colpisce il Veneto ma non solo". Anch’egli perplesso sulle cifre ("in città abbiamo un’amministrazione leghista, eppure non ho visto un movimento tale da giustificare queste percentuali"), Moret concorda nel ritenere che l’indipendenza, ossia "il ritorno al ‘paradiso perduto’ della Serenissima", sia solo una fantasia senza reali velleità.
Non è questa la soluzione. Torna sul dato dei numeri "non credibili" anche il settimanale trevigiano La Vita del Popolo. "Del resto – riporta il settimanale – gli stessi organizzatori sono stati evasivi di fronte a richieste di chiarimento", mentre "qualche giornalista è riuscito a votare più volte fornendo identità diverse. Infine i numeri ‘reali’, quelli di piazza dei Signori, per la ‘solenne proclamazione’, erano di poche centinaia di unità". Fatta questa premessa, "occorre però dire che il referendum, a sorpresa, ha saputo imporsi nell’agenda politica e che comunque la mobilitazione è stata vasta. Conferma ulteriore che il disagio tra la gente è forte". Se si guarda solo alla provincia di Belluno, "pare che abbiano votato 160mila persone su 200 mila abitanti, praticamente la quasi totalità", osserva Carlo Arrigoni, direttore dell’Amico del Popolo. Un dato "difficile da credere, se non altro perché c’è una fascia della popolazione, ad esempio gli anziani, che non usa Internet". Circa le reali motivazioni, è vero – spiega Arrigoni – che "la crisi acuisce il disagio, lo scontento e il desiderio di cambiamento", ma non è certo l’indipendenza la soluzione: "È giusto sentirsi veneti e bellunesi, ma pure italiani ed europei".