ECONOMIA

“La crisi pesa sulle donne”

Una studiosa dell’Università di Gotheborg riflette su diritti e modello di sviluppo

Una pesante critica alle politiche di austerità come strada per combattere la crisi arriva da un gruppo di accademiche che si sono incontrate all’università di Gotheborg, in Svezia, nei giorni scorsi per indagare su come la crisi stia gravando sulle spalle delle donne. Diverse le ragioni della critica: le politiche di austerità non ottengono i risultati che promettono, hanno di fatto posto sui cittadini il peso della recessione, non sono rivolte a tutti i settori della spesa pubblica ma hanno preso di mira i servizi sociali, l’istruzione e la salute, con un impatto particolarmente negativo sulla parte femminile della popolazione europea. A Gotheborg si è parlato di “austericidio” e di come le donne, penalizzate dalla crisi, siano state colpite anche nel loro ruolo di attrici fondamentali nel tessuto sociale. Accompagnando la riflessione della sociologa inglese Diane Elson, le ricercatrici svedesi ritrovano l’origine della crisi nel “dominio della finanza” “sulla produzione e sulla riproduzione” e la possibilità di uscita nella riorganizzazione della relazione tra le tre dimensioni, in modo che la finanza e la produzione servano i bisogni della riproduzione, l’ambito in cui è offerta la cura essenziale per il benessere umano. Sarah Numico ha intervistato per Sir Europa Edmé Dominguez, docente associata dell’Università di Gotheborg e ricercatrice presso la scuola di Global Studies dello stesso ateneo, organizzatrice del seminario nel suo ruolo di presidente del Gadip, rete svedese di accademici e attiviste interessate ai temi dello sviluppo e del genere.

Quanto gravano realmente le conseguenze della crisi sulle donne?
“Sono pesanti, e in diversi modi; non solo relativamente alla disoccupazione e al fatto che l’occupazione per gli uomini ha tempi di ripresa più rapidi che per le donne. La situazione è pesante perché si verifica una congiuntura paradossale: per un verso sempre più famiglie vivono sulle spalle delle donne, il cui salario non di rado è l’unico. Per altro verso, essendo in maggioranza le donne impiegate nel settore pubblico, settore che in tutti i Paesi colpiti dalla crisi è particolarmente penalizzato dai tagli,  sono proprio le lavoratrici a essere le più segnate dalla disoccupazione. Inoltre i tagli sociali rendono più pesante la vita delle donne, perché colpiscono diversi servizi sociali, come i centri di cura diurna, le mense scolastiche o la cura degli anziani. In tutto questo, si aggiunge il fatto che il tema dell’uguaglianza come obiettivo viene dimenticato”.

C’è una interpretazione “al femminile” sulle cause della crisi? E ci sono indicazioni “al femminile” per uscirne?
“Non possiamo parlare di analisi ‘al femminile’, ma certamente d’interpretazioni femministe della crisi. Ci sono infatti in questo ambito teorie femministe sulle strutture patriarcali impresse nel capitalismo che rintracciano come questo elemento conduca costantemente alla crisi. E certamente ci sono diverse indicazioni femministe riguardo la necessità di mettere fine al modello capitalista e trovare modelli alternativi di sviluppo, modelli che non si reggono su un infinito consumo dei beni, ma su una crescita più sostenibile e più centrata sulla dimensione locale”.

Ci sono già “buone pratiche” realizzate da donne che dimostrano che un altro modello di sviluppo è possibile?
“In incontri passati sono state prese in analisi diverse esperienze, per la maggior parte si trattava di alternative locali: cooperative di consumo, comunità ecologiche per il turismo… Tutti gli esempi che conosciamo sono di fatto esperienze che mostrano vie di uscita da un modello capitalistico basato sulla finanzia e sul libero scambio e ritrovano strade di sviluppo nel segno della solidarietà e dell’attenzione all’ambiente”.

Come sarebbe, a suo avviso, il mondo se ci fossero più donne nei ruoli di potere e di controllo?
“Le donne sono anche esseri umani: possono essere disoneste e corrotte; tuttavia molti credono che più donne al potere, e in particolare più ‘femministe’ nei ruoli di guida e controllo, cambierebbero la politica orientandola verso sviluppi più aperti all’attenzione sociale, meno centrati sulla logica del profitto e più sulla logica dei diritti umani e dei bisogni fondamentali”.