UE

La scommessa “bio”

Cresce il settore agricolo “ecosostenibile”. La proposta della Commissione

Foto Siciliani-Gennari/SIR

Sono molteplici le ragioni per cui l’Unione europea è da tempo impegnata a salvaguardare e favorire l’agricoltura biologica: non si tratta solo di una “moda” più o meno salutista, è piuttosto una scommessa che riguarda la tutela del patrimonio naturale e la “sostenibilità ambientale”, la salute dei consumatori, il valore economico del settore, la risposta alle richieste crescenti dei mercati, sia interni che esteri. Del resto i problemi non mancano: gli standard per definire le produzioni “bio” non sono ancora certi, e variano spesso da un Paese all’altro e, ancor più, fra Ue e resto del mondo. E poi, inutile negarlo, i prodotti bio al dettaglio costano più degli altri. Non mancano altre minacce, fra cui quelle degli organismi geneticamente modificati, dei concimi e dei mangimi chimici, dei terreni e degli ecosistemi contaminati… Eppure dietro il marcio Ue delle produzioni bio (12 stelle che formano una foglia stilizzata su campo verde) c’è un settore che cresce.

Qualità, integrità dei prodotti. La Commissione europea ha reso nota, il 25 marzo, la proposta di un nuovo regolamento relativo alla produzione biologica e all’etichettatura dei prodotti. Gli obiettivi sono chiari: sostenere la qualità e la “credibilità” dei prodotti da agricoltura biologica; aiutare le aziende del settore, aprendo anche ai mercati esteri; favorire il passaggio alle produzioni bio. Il regolamento – che ora passa per competenza alle istituzioni legislative dell’Unione, Parlamento (se ne occuperà nella nuova legislatura) e Consiglio dei ministri Ue – delinea gli scopi e i contenuti della proposta, che Dacian Ciolos, commissario per l’agricoltura, specifica così: “Il futuro del comparto biologico nell’Unione dipende dalla qualità e dall’integrità dei prodotti venduti con il logo biologico europeo”. La Commissione intende “ampliare e migliorare l’agricoltura biologica consolidando la fiducia dei consumatori nei prodotti bio ed eliminando gli ostacoli allo sviluppo di questo tipo di agricoltura”. Secondo Ciolos, le nuove misure risulteranno favorevoli anche alle aziende: è stato infatti predisposto un apposito “piano d’azione” attuativo, con specifici finanziamenti.

Regole e investimenti. Sono quattro le linee direttrici del provvedimento, illustrate da Ciolos: “Rafforzare le regole in tutta la filiera, ossia per produzione, trasformazione e distribuzione”; semplificare la legislazione (“più regole, meno deroghe”); rafforzare i controlli; garantire la qualità dei prodotti biologici all’importazione e favorire le esportazioni extra-Ue. “L’intento – ribadisce il commissario romeno, con un’esperienza ventennale sulle spalle – è di far sì che l’agricoltura biologica resti fedele ai suoi principi e obiettivi, in modo da soddisfare le richieste del pubblico in termini di ambiente e qualità”. L’attenzione a tale comparto produttivo si inserisce, per forza di cose, all’interno della generale riforma della Politica agricola comune in corso, non senza ostacoli, proprio in questa fase. Con l’intento di andare incontro ai produttori e dettaglianti, il piano attuativo “prevede una migliore informazione degli agricoltori sulle iniziative in materia di sviluppo rurale e di politica agricola dell’Ue a favore dell’agricoltura biologica”, un rafforzamento “dei legami tra i progetti di ricerca e innovazione” realizzati in ambito comunitario, “nonché incentivi all’uso di alimenti biologici, ad esempio nelle scuole”.

Un comparto in crescita. Ciò che non va trascurato è la dimensione del comparto. Basti pensare che i produttori, specie di medie e piccole dimensioni, sono oltre 220mila, con un fatturato che supera i 20 miliardi annui. La superficie dedicata a produzioni biologiche era di 5,6 milioni di ettari nel 2002 e nel giro di un decennio si è raddoppiata, superando quota 10 milioni di ettari, raggiungendo la percentuale del 6% sul totale coltivato nell’Ue28. Le maggiori superfici si riscontrano, nell’ordine, in Spagna (2 milioni circa di ettari), seguita da Italia, Germania, Francia, Regno Unto; ma se si calcolano le coltivazioni bio rispetto alle superfici agricole nazionali, la classifica cambia e risulta guidata dall’Austria (20%), poi Svezia, Estonia, Repubblica ceca, Lettonia. Le coltivazioni più diffuse sono gli uliveti (31% del totale), l’uva (17%), la frutta a guscio (15%), ma anche agrumi, cereali, ortaggi. I capi di bestiame allevati secondo gli standard della “sostenibilità” sono quasi 3 milioni, fra bovini, suini, pollame. Non mancano gli aspetti “sociali” del bio: si scopre, ad esempio, che la media d’età degli agricoltori impegnati è più bassa di quella del settore primario, mentre le donne rappresentano un quarto dei dirigenti nelle aziende con marchio bio.