IL SOLITO LARS VON TRIER

Ennesimo “mappazzone” ” “spacciato per capolavoro

Ci stanno provando di nuovo. Con i soliti mezzi e con le solite grancasse a tema. Vogliono convincerci che farcire di scene sessualmente esplicite un film, smaschera il perbenismo borghese e cattolico. E non è mica la prima volta. Quello che stupisce è che ci si continui a credere

Il misogino Lars Von Trier che gira un film sulla sessualità femminile? Ho visto abbastanza dei suoi film precedenti per sapere con ragionevole certezza ciò che mi aspetta, accetto scommesse. Quindi no, grazie. E non perché sia un’inguaribile bigotta bacchettona, semplicemente non gradisco essere presa in giro. Non essendo un critico cinematografico, mi ritengo esentata dal fornire il mio assai poco competente contributo alla già ricca letteratura in merito che, in questi giorni, sta popolando le pagine dei giornali.
Preferirei qui porre l’attenzione non sul quadro ma sulla cornice, che si presenta assai più sofisticata della tela che sorregge. Sì, perché ci stanno provando di nuovo. Con i soliti mezzi e con le solite grancasse a tema. Vogliono convincerci che farcire di scene sessualmente esplicite un film "mappazzone", lo renda un capolavoro che smaschera il perbenismo borghese e cattolico. E non è mica la prima volta. Quello che stupisce è che ci si continui a credere. La creazione di alibi intellettuali finalizzati allo sdoganamento di prodotti inguardabili, o soltanto pruriginosi, è un espediente che si ripete da anni con l’uso sapiente dello scandalo. La critica rende rispettabile anzi, imperdibile, ciò che si vuol vedere e leggere senza temere di esser tacciati di poca serietà. Si può entrare a testa alta a vedere un film per cui magari si preferirebbe una visione privata o girare disinvoltamente con libri dai titoli indubitabili. Se poi, uscendo, si incontra un amico, si può sostenere con sussiego che si è andati a vedere un artista indiscutibile e discusso.
Anni fa il mirabile lavoro di rendere desiderabile il mediocre era svolto dall’ineffabile servizio di censura. Bastava assicurarsi un severo taglio censorio per poter usufruire di un vasto successo di pubblico. Oggi il sistema si è fatto vieppiù raffinato. Anzitutto ci vuole un titolo suggestivo, evocativo e possibilmente così irto di doppi sensi da risultare inequivocabile. La protagonista, garantisce il titolo ("Nymphomaniac"), è una ninfomane. Scelta già di per sé profondamente ideologica, non c’è che dire: se la seduzione seriale è maschile trattasi di Casanova, al femminile trattasi di patologia. In questo caso poi, la grafica furbetta aiuta, dove la parentesi che sostituisce la "o" più che suggerire, esibisce. Un giochino linguistico-simbolico sciatto e rivelatore: mettere fra parentesi è rassicurante, perché ciò che è lì racchiuso in fondo non è importante. Cartelloni 6X3 aiutano l’aspetto voyeuristico della faccenda, regalando istantanee di volti in primissimo piano nel momento del climax dell’estasi (carnale). Non fosse che, così fuori contesto, e messi in fila come le figurine, gli attori raggiungono un effetto di comicità involontaria che scatena la sonora presa in giro dei ragazzini, i primi a capire che l’imperatore senza vestiti è solo nudo, che si esibiscono in imitazioni assai poco rispettose della professionalità degli artisti.
Spacciare aberrazioni concettuali per opere d’arte è uno sport in cui eccellono numerosi professionisti. Non se ne può più di intellettuali che si commuovono di fronte a un buco nel muro e dicono che è arte; che dopo aver prodotto saggi assurdi e noioserrimi per commentare il nulla, si adontano se non li comprendiamo; e, finanche, non se ne può più di registi che filmano accoppiamenti multipli e pretendono di essere osannati come innovatori. Ma anche no, grazie, basta così. In questo contesto si deve però ammettere che in una cosa vi è del talento: riuscire a infliggere ad altri le proprie schizofrenie e farsi pure pagare il biglietto. Se non è genio questo…