IRLANDA

L’isola piegata dalla crisi

Studio di Caritas Europa rilancia l’emergenza sociale. Servono investimenti

È ormai opinione diffusa che le misure di austerità imposte dalla Troika (Ue, Bce, Fmi) e adottate dagli Stati per arginare la crisi delle banche e dei bilanci nazionali abbiano sortito in ben minima parte effetti positivi, a fronte di una catena di problemi che sembra immobilizzare diverse economie e società europee. Il “Crisis Monitoring Report 2014”, da poco pubblicato a cura di Caritas Europa, guarda da vicino i numeri e le percentuali su disoccupazione e povertà nei sette Paesi Ue più colpiti dalla recessione (Irlanda, Cipro, Italia, Grecia, Spagna, Romania, Portogallo), per dimostrare che è necessaria un’alternativa che sia economicamente efficace e socialmente costruttiva, in consonanza con la “crescita inclusiva” prospettata nella strategia Europa 2020, ma per ora disattesa. Il Rapporto osserva gli effetti sortiti dalla crisi delle banche – quella irlandese in particolare “è stata tra le più costose al mondo” – e dallo scoppio della bolla immobiliare, sfaceli “il cui prezzo più alto è pagato dalle persone che non avevano partecipato alle decisioni che hanno portato alla crisi”. Il caso dell’Irlanda, è emblematico, segnato da un debito pubblico che ha raggiunto il 117,6% del Pil nel 2012 e il 123,3% nel 2013.

Forte emigrazione. Nell'”isola verde” – fino a pochi anni or sono emblema della rapida crescita economica, alimentata anche da una potente bolla speculativa e immobiliare – i posti di lavoro sono calati del 14% dall’inizio della crisi fino al 2012 nella fascia di persone tra 15 e 64 anni: la disoccupazione nel 2011-2012 viaggiava intorno al 14,7% (316mila persone fuori dal mercato del lavoro) con addirittura una lievissima ripresa nel 2012; a mantenere basso il tasso ha contribuito l’emigrazione, altrimenti esso sarebbe lievitato intorno al 20%. L’emigrazione – secondo Caritas Europa – ha portato via dall’isola 326mila persone dal 2010. Questo esito della crisi contraddistingue l’Irlanda rispetto ad altri Paesi in cui l’emigrazione non è stata così massiccia. Le conseguenze però si faranno sentire nel medio e lungo periodo, perché la popolazione tra i 15 e i 24 anni è calata del 9%. E di quelli che sono rimasti, il 30% è senza impiego. Altra piaga è la disoccupazione a lungo termine: 62% dei disoccupati sono fuori dal mercato del lavoro da oltre un anno, un tasso tra i più alti con la Grecia. La percentuale è più elevata tra giovani e lavoratori poco qualificati. La disoccupazione a lungo termine rischia di restare come danno permanente della recessione, in termini di povertà e soprattutto di emarginazione ed esclusione sociale.

Esempi toccanti. In questo contesto occupazionale, i dati sulla povertà in Irlanda non possono che essere allarmanti, mette in guardia lo studio della Caritas. La fetta di popolazione a rischio di povertà era del 23,7% nel 2008, mentre gli ultimi dati disponibili parlano del 29,4%, ben oltre la media europea del 24,2%. Dunque per 1,3 milioni di persone la quotidianità è una lotta: “gli imprevisti ci terrorizzano”, racconta un pensionato irlandese a Caritas Europa. Che si tratti di persone a rischio di povertà o soggette a gravi privazioni materiali o ancora persone che vivono in nuclei familiari a bassa intensità di lavoro – i tre parametri Osce per misurare la povertà – poco cambia. I bambini sono quelli più colpiti e penalizzati dalle “privazioni materiali”, come testimonia l’esperienza di un bambino irlandese all’inizio del secondo ciclo di studi: le difficoltà della famiglia a far fronte ad acquisti come la divisa per la scuola e il ricambio, il materiale scolastico, il necessario per praticare attività sportive insieme ai compagni, sono all’origine di assenze “strategiche” dalle lezioni, ritardi di apprendimento, esclusione dal gruppo dei compagni, episodi di bullismo che rendono negativa l’esperienza scolastica del ragazzo e compromettono una sana crescita personale e sociale di questo e di tantissimi altri giovani. Le privazioni materiali sono lugubre compagnia anche degli over65 (il 9,7% di anziani) e dei “lavoratori poveri” (5%).

Servono investimenti. Emerge poi il fatto che “il peso delle misure anti-crisi non è equamente diviso”. Secondo dati Osce sull’Irlanda, il 10% delle famiglie più povere ha perso più del doppio delle entrate disponibili, mentre il 10% delle famiglie ricche ci ha rimesso solo il 3%. E così pure sono cresciute le disparità nei redditi: il 20% dei più abbienti ha aumentato i propri redditi in una percentuale cinque volte superiore al 20% della fascia più povera. Altro terreno minato è l’assistenza sanitaria e sociale. Il governo irlandese ha imposto un taglio del 5% sui servizi sanitari nel 2013, misura che, come insegnano Spagna e Grecia, avrà certamente conseguenze sull’accesso alle cure della fascia più povera della popolazione. A tutto ciò si aggiunge, nello studio Caritas Europa, che l'”Irlanda è in fondo alla classifica europea per quello che riguarda gli investimenti”: lo stesso Fondo monetario richiama dunque la necessità di investimenti per la crescita economica e sociale.