NEL TERRITORIO UCRAINO

I greco-cattolici: è ancora reale il rischio d’invasione russa

Bohdan Dzyurakh, segretario generale del Sinodo dei vescovi e ausiliare di Kiev, invita l’opinione pubblica internazionale a vigilare e difendere la democrazia: “Tre mesi fa, si poteva immaginare che un Paese che dispone di un enorme arsenale nucleare potesse attaccare ed entrare nel territorio indipendente di un altro Paese vicino? No, non si poteva immaginare. Eppure il dramma è accaduto e non è ancora finito”

"Siamo alla soglia di una possibile guerra europea. Siamo di fronte a una minaccia che sta diventando di giorno in giorno sempre più reale e che non possiamo sottovalutare. Per questo chiediamo una reazione della comunità internazionale più coerente e appoggio morale e spirituale". Sono parole di grande preoccupazione quelle espresse da monsignor Bohdan Dzyurakh, segretario generale del Sinodo dei vescovi della Chiesa greco-cattolica di Ucraina, vescovo ausiliare di Kiev. La situazione è diventata particolarmente tesa dopo che Kiev ha lanciato l’aut-aut ai manifestanti filorussi che protestano nella parte orientale dell’Ucraina. "Non sono i cittadini ucraini – dice il vescovo – a chiedere la cosiddetta ‘federalizzazione’ del Paese e ancor meno a volere l’adesione alla Federazione russa. Negli ultimi giorni è stata fatta un’inchiesta dalla quale emerge che l’81% della popolazione ucraina condanna l’invasione russa in Crimea e il 78% considera non legittima l’occupazione russa sul territorio ucraino".

E allora chi sta protestando ad Est del Paese?
"Non avendo l’appoggio da parte della popolazione locale, il Cremlino manda i propri agenti nelle più grandi città dell’Ucraina orientale per provocare disordini e tensioni. Cercano d’imitare il Majdan (le proteste proeuropee degli ultimi mesi nella capitale ucraina), ma in realtà si tratta della continuazione del progetto russo della distruzione della democrazia nascente dello Stato ucraino. Cercano (finora senza un grande successo) anche di coinvolgere le persone del luogo non soddisfatte dal nuovo governo ucraino, ma ripetono i postulati scritti a Mosca. La loro protesta mira essenzialmente a destabilizzare il processo di normalizzazione politica e sociale appoggiato da tutto il popolo ucraino e a impedire le elezioni presidenziali del 25 maggio".

Il popolo è unito. Ci può assicurare anche che le Chiese sono unite?
"Sin dall’inizio le Chiese sono state unite sia riguardo la direzione pro-europea della politica estera ucraina sia riguardo l’invasione della Russia sul territorio ucraino. Tutte le Chiese esprimono la loro posizione comune tramite il Concilio pan-ucraino delle Chiese e delle comunità religiose. Vorrei sottolineare che a questo Concilio appartiene anche la Chiesa ortodossa ucraina sotto la giurisdizione del Patriarcato Moscovita che proprio in questo periodo ne ricopre la presidenza".

Perché allora il Patriarcato di Mosca ha lanciato accuse molto forti alla Chiesa greco-cattolica ucraina, accusandola anche alla luce degli eventi ucraini di allontanare il processo di dialogo tra Mosca e Roma?
"Non è qualcosa di nuovo e non ci sorprende. Mi sembra che a Mosca non si conosca cosa sta succedendo sia a livello politico e sociale sia a livello religioso in Ucraina. Il Patriarcato ripete sempre la stessa cosa, senza alcun fondamento. È convinto che la Chiesa greco-cattolica sia un impedimento al dialogo ecumenico. Invece emergono seri dubbi circa la volontà della Chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca di avere un sincero dialogo nella verità e nell’amore con la Chiesa cattolica. C’è un detto da noi, che dice questo: se qualcuno vuole fare qualcosa, cerca la possibilità di farlo, se invece non la vuole fare, cerca le scuse".

Il Patriarcato accusa la vostra Chiesa anche d’interferenza presso gli Stati Uniti?
"Mi permetto di dire che la Chiesa greco-cattolica in Ucraina svolge un ruolo costruttivo nella società e, per questo, gode di una grande autorità. Ha sempre cercato di stare dalla parte del popolo, difendendo i diritti fondamentali dell’uomo come la giustizia, la libertà di coscienza, l’uguaglianza di tutti davanti alla legge, rispetto per la vita e per la dignità di ogni uomo. Quando, a causa della profonda crisi sociale, provocata dal governo corrotto dell’ex-presidente Yanukovich e successivamente dall’invasione militare russa in Crimea, è stata messa in questione l’esistenza stessa dello Stato ucraino, non potevamo rimanere spettatori indifferenti. Il nostro arcivescovo maggiore di Kiev-Halych Sviatoslav ha lanciato un appello alle comunità cristiane del mondo chiedendo il supporto nella preghiera e si è rivolto alle autorità internazionali cercando l’appoggio diplomatico. Non abbiamo mai chiesto alcun intervento militare. Abbiamo certamente sollecitato un appoggio diplomatico politico e morale. Questo sì, perché non vogliamo rimanere soli in questa crisi".

Lei ritiene che in caso di secessione possa essere minacciata anche la vita delle Chiese?
"Non c’è dubbio che ci possano essere difficoltà. Lo abbiamo già vissuto nella nostra storia passata con l’occupazione russa nel 1945 quando le chiese sono state confiscate e i nostri vescovi e sacerdoti sono stati arrestati e portati in Siberia. Abbiamo già vissuto, con l’invasione militare, la violazione anche dei diritti religiosi. Le notizie preoccupanti che dopo l’occupazione russa della Crimea ci giungono dalla penisola, confermano i nostri timori. Preghiamo però e speriamo fermamente, che gli errori e il terrore del passato non si ripeteranno oggi sotto i nostri occhi".

Ma è una paura psicologica dovuta a un trauma vissuto nel passato o è una possibilità reale ancora oggi?
"Faccio una domanda: tre mesi fa, si poteva immaginare che un Paese che dispone di un enorme arsenale nucleare potesse attaccare ed entrare nel territorio indipendente di un altro Paese vicino? No, non si poteva immaginare. Eppure il dramma è accaduto e non è ancora finito. Ci sono già circa 5mila profughi, che sono stati costretti a lasciare le proprie case in Crimea e si sono trasferiti sul territorio continentale dell’Ucraina. Viviamo quindi in una situazione del tutto nuova e inimmaginabile. Per cui non dobbiamo sottovalutare la gravità della situazione. Sono state dette tante bugie: quando le truppe armate sono entrate in Crimea, Mosca negava che si trattasse di soldati russi e tutto il mondo ha creduto e ha taciuto. Noi guardiamo con attenzione e con speranza alla comunità internazionale perché l’Ucraina da sola non riuscirà a difendere se stessa, sebbene la popolazione sia pronta a dare la vita per la sua libertà. Ma l’aspirazione del popolo non ci è di consolazione perché il suo eroismo può anche causare ulteriori dolori e sofferenze, e questo si deve evitare con tutti i mezzi pacifici possibili".