EDITORIALE
Nazionalismo, ricerca di potenza, odii secolari: ieri come oggi occorre vigilare
“Non è stata fatta l’Europa. Abbiamo avuto la guerra”. Questa è una delle affermazioni “choc” della famosa Dichiarazione di Robert Schuman, del 9 maggio 1950, considerata la pietra miliare dell’integrazione europea. La costruzione della pace, di una pace duratura in Europa, fu uno dei motivi principali dell’impegno del ministro francese insieme al cancelliere tedesco Konrad Adenauer e al presidente del Consiglio italiano Alcide De Gasperi, per costruire un futuro di pace, per dare alle nazioni europee un destino comune di pace e di solidarietà.
Quasi settant’anni di convivenza pacifica in Europa: mai il nostro continente ha conosciuto un periodo così lungo di pace, diverse generazioni sono cresciute senza sperimentare sulla propria pelle il significato della guerra. La guerra in Europa sembrerebbe definitivamente questione da storici, da romanzieri o da registi di cinema. La guerra rimane peraltro realtà del nostro tempo, ma in luoghi “lontani”, riservata a popoli che non hanno il nostro livello di “civiltà” e di organizzazione democratica.
Eppure bisogna restare vigili. La storia insegna quanto la pace sia sempre fragile, anche in Europa. Negli anni ’90 una guerra spaventosa ha investito i Balcani lasciando dietro di sé la sua sequela di odii e di sofferenze. Qualche giorno fa, un quotidiano francese ha intitolato in prima pagina “Ucraina: l’ingranaggio”. Titolo terribile cento anni dopo l’inizio della prima guerra mondiale. Soprattutto, la stampa in questo momento sta preparando l’opinione pubblica all’idea che una guerra sarebbe possibile, e anche che potrebbe essere auspicabile in un contesto di russofobia fondata su una ignoranza abissale della storia del mondo russo e di ciò che l’Ucraina rappresenta per il popolo russo. Per fortuna i media europei odierni non sono così aggressivi e bellicisti come cent’anni fa. Però essi non fanno alcunché per promuovere l’idea di pace e gli stessi ingredienti di cento anni fa sono ricorrenti: nazionalismo e ricerca di potenza, odi ereditati dal passato, confini mal definiti, esaltazione popolare, provocazioni, armamenti pronti a essere utilizzati, imprudenze diplomatiche. L’attentato di Sarajevo ricorda che basta una scintilla in un contesto di passioni esasperate perché la prudenza e l’intelligenza manchino, perché l'”ingranaggio” assurdo e mortale dell’estate 1914 si verifichi di nuovo.
Nel 1914, la diplomazia ha infatti perduto di fronte alla logica di conflitto; un ingranaggio infernale ha portato via ogni soluzione negoziata, ogni parola ragionevole, ha spiazzato tutti gli uomini che hanno provato a fermare la marcia alla guerra: le grandi voci di pace sono state soffocate, fossero religiose o meno. Il Pontefice romano, Pio X, nei mesi di luglio e di agosto, poi Benedetto XV, il vescovo luterano svedese di Uppsala, Nathan Söderblom, sono diventati subito impercettibili, e il grande leader socialista Jean Jaurès che proponeva lo sciopero europeo di tutti i lavoratori dei Paesi potenzialmente belligeranti per impedire l’entrata in guerra, fu assassinato. Dopo l’attentato che colpì a Sarajevo il 28 giugno 1914 l’erede dell’Impero austriaco e sua moglie, nessuno riuscì a fermare il processo infernale costruito sulla logica assurda dei trattati tra le differenti potenze, che portò irresistibilmente alla guerra generale, conducendo Paesi senza nessun legame con la Serbia a partecipare al conflitto.
I diplomatici di oggi debbono essere competenti, cioè avere un’ottima conoscenza della cultura e delle mentalità russe e ucraine, avere la volontà di controllare i falchi, evitare ogni traboccamento e aiutare i moderati di tutti i campi. La sfida è enorme per la pace in genere e per l’avvenire di tutta l’Europa. Bisogna percorrere la strada politica del negoziato e ricercare le soluzioni non soltanto per evitare nel presente il conflitto armato, ma per costruire una vera pace basata sulla riconciliazione e l’amicizia. È ciò che è stato impossibile nel 1914, che è stato realizzato finalmente dopo il 1945 tra Francia e Germania, dopo due guerre mondiali, due drammi assoluti con decine di milioni di morti. Una lezione per l’oggi da capire fino in fondo.