CANONIZZAZIONI
In piazza San Pietro non si sono viste bandiere mongole (14 i battezzati nella missione della Consolata ad Arvajeer), né quelle col cerchio rossobianco groenlandese (60 i praticanti a Nuuk, nell’unica parrocchia di tutto il Paese), né quelle con l’aragosta dell’isola atlantica di Tristan da Cunha (una trentina i fedeli della piccola comunità). Meno male che c’è sempre il legame della tv
Un popolo senza confini né frontiere. Pareva non mancasse nessuno alla canonizzazione di Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII di domenica 27 aprile: italiani, che come sempre giocavano in casa, polacchi, tantissimi, ma anche irlandesi, ungheresi, messicani, libanesi, americani, africani, fino ad andare a pescare nelle diocesi di Malawi, Thailandia e Cina, forse luoghi insoliti di provenienza dei fedeli cattolici. Ma esistono posti ancor più isolati, dai quali i pellegrini non arrivano quasi mai fin sul soglio di Pietro: troppo lontani dall’Urbe, il cui unico collegamento è rappresentato dalla fede, non meno sentita nonostante la distanza geografica.
Groenlandia. Fuori dai ghiacciai artici, qualcuno definisce Nuuk una delle città più noiose del mondo. Ma se confrontata al resto degli insediamenti dell’isola, la capitale della Groenlandia è Disneyland: tra prefabbricati e casette in legno qui puoi trovare anche bar, negozi, un museo d’arte moderna (l’unica collezione privata nell’ex colonia danese) un centro commerciale, uno stadio, un mercato di pesce e carne di balena dalle dubbie condizioni igieniche. A Nuuk esiste anche l’unica parrocchia cattolica della Groenlandia dove, su 57mila abitanti, soltanto 60 si sono qualificati ufficialmente come seguaci della Chiesa di Roma. A frequentare abitualmente la Messa sono una quarantina di persone: americani della vicina base militare, lavoratori di passaggio, danesi, polacchi (anche qui) ma soprattutto filippini. Arrivati alla ricerca di un lavoro stabile ("È più facile avere il visto!", scrive entusiasta una ragazza sul suo blog dedicato alla vita all’estremo Nord) i membri della comunità asiatica sono infatti i più presenti alle celebrazioni tenute da padre Fabio e padre Gerardus, missionari dell’Ive, Istituto del Verbo incarnato, che, fra un battesimo e la consegna del gazzettino della Caritas, ne approfittano per imparare dai propri fedeli il danese e qualche canto liturgico in tagalog nella saletta sottostante alla chiesa. È la tv l’unica finestra sulla lontana Roma: grazie al piccolo schermo i due sacerdoti assieme a 15 fedeli poterono essere virtualmente presenti alla cerimonia in onore del beato Giovanni Paolo II, "rito" ripetuto probabilmente anche per la sua canonizzazione.
Ai piedi del vulcano. Altra isola, stesso oceano, dimensioni e latitudini diverse: a 2.816 km dal Sudafrica, la porzione continentale più vicina, Tristan da Cunha con il suo vulcano spunta inaspettatamente dalla superficie azzurra dell’Atlantico. Estremo avamposto dell’ex Impero Britannico, Tristan da Cunha, raggiungibile solo in nave, è nota per essere stata evacuata nel 1961 a seguito dell’unica eruzione mai registrata del Queen Mary’s Peack, che troneggia su tutta l’isola. Passata l’emergenza, i poco più che 200 isolani vollero quasi tutti fare ritorno alle proprie abitazioni. Poca gente passa di qui: rari marinai e ancor meno turisti, tutti gli abitanti sono discendenti di 15 coloni che, tra il 1816 e il 1908 costruirono Edimburg-of-the-seven-seas, l’unica cittadina di questa isolata località atlantica. La chiesetta di St. Joseph è proprio qui, fra i prati della "capitale": edificata nel 1995, è sede della piccola comunità cattolica, composta da una trentina di persone. Una minoranza in una comunità già minuscola (a prevalenza anglicana) la cui storia parla anche un po’ italiano: furono infatti Andrea Repetto e Gaetano Lavarello (marinai genovesi, unici superstiti di un naufragio poi rimasti a Tristan) due tra i primi cattolici sull’isola, assieme ai figli di due sorelle irlandesi i cui discendenti tutt’ora gestiscono le cerimonie e attività della parrocchia. Alla quale manca però un prete: a far visita ai fedeli tristaniani è un paio di volte l’anno il prefetto apostolico delle Falkland, distanti oltre 4.000 chilometri.
Nel cuore della Mongolia. Persa in un mare, ma d’erba, è invece la missione della Consolata ad Arvajeer, nel cuore della Mongolia: un Paese dove la popolazione, in buona parte atea, sta riscoprendo la libertà di praticare il proprio credo dopo la caduta del governo comunista negli anni ’90. Il cristianesimo, seppur in crescita, rimane comunque dietro a buddismo (che la fa da padrone con oltre il 50% di praticanti) islam e antica religione sciamanica: la comunità gestita dai missionari conta oggi 14 battezzati e, oltre alla parola di Cristo, cerca di portare migliori condizioni di vita per le famiglie più povere della zona, spesso nomadi e in condizioni economiche e igieniche critiche. Lavoro, bagni pubblici, scuole, tutte attività che vanno di pari passo con la preghiera: la Messa viene celebrata ogni giorno in una cappella-gher (la tipica capanna mongola) costruita appositamente e divenuta parrocchia dedicata a "Maria Madre di Misericordia" nel 2012. In piazza San Pietro, la scorsa domenica, non si sono viste bandiere mongole, né quelle col cerchio rossobianco groenlandese, né quelle con l’aragosta di Tristan da Cunha: ma se potessimo essere smentiti sarebbe una bella storia da raccontare.