MIGRAZIONI
Un seminario internazionale a Malta rilancia il principio di solidarietà e il ruolo dell’Ue
Lungo il Mediterraneo è caduto un muro e ora Europa e Africa sono più vicine. Così come, all’interno delle dinamiche scaturite con la globalizzazione, il Vecchio continente è sempre più sollecitato da quanto avviene in Medio Oriente e nell’Est europeo: le situazioni esplosive di Siria e Ucraina parlano per tutti. Sono in particolare i fenomeni migratori il volto evidente di questa nuova “deriva dei continenti”. E di migrazioni si è discusso a La Valletta, dal 2 al 4 maggio, nel corso di un seminario internazionale cui sono intervenuti una quindicina di voci di vari Paesi.
Andare alle radici del fenomeno. “Non dobbiamo aver paura di perdere la nostra identità” di fronte al fenomeno migratorio, semmai “dobbiamo ricercare nuove e convincenti sintesi culturali”: mons. Charles Scicluna, vescovo ausiliario di La Valletta, ha portato la posizione della Chiesa maltese al seminario su “Unione europea e Mediterraneo: la crisi economica e il fenomeno delle migrazioni”, promosso da Mcl con il contributo dell’Ue. Il prelato ha ricordato la “complessità” del problema, fortemente avvertito nell’isola mediterranea che, con una popolazione di 400mila abitanti accoglie oggi 6mila persone sbarcate dalle “carrette del mare”. Ma il vescovo ha insistito soprattutto sugli aspetti etici e religiosi dell’accoglienza, ricordando che “abbiamo di fronte dei fratelli” che devono essere trattati come tali “per non commettere una grave ingiustizia”. “Spendiamo molto, troppo, in interventi di cosmesi”, rispetto alle migrazioni, ha rincarato il vescovo, “quando invece dovremmo pensare molto di più alle radici del problema” e dunque alla realtà dei Paesi di partenza. Quindi un invito a intensificare il dialogo tra le religioni, “in particolare con l’islam”, quale elemento per favorire un’integrazione responsabile che, peraltro, richiede “reciprocità” sul piano religioso da parte dei Paesi islamici.
Altruismo, realismo. Nella capitale maltese si sono toccati gli aspetti demografici, sociali, geopolitici, economici delle migrazioni. Mons. Giancarlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana, ha affermato: “Non possiamo sperare che le migrazioni cambino o che si fermino per assecondare i nostri desideri. Sarebbe solo un sogno”. Dinanzi a questi fenomeni occorrono “altruismo, realismo” e “risposte improntate alla solidarietà”. Perego ha proposto un lungo elenco di dati per descrivere i movimenti di popolazione in corso verso l’Europa e l’accoglienza che viene offerta, o negata. “Per parlare di questi temi occorre fedeltà alla realtà. Oggi ci sono 232 milioni di persone nel mondo costrette a spostarsi per fame, guerra, disastri ambientali, persecuzioni politiche e religiose; dieci anni fa erano 70 milioni in meno, mentre nel 2040 saranno 400 milioni”. In un decennio gli arrivi in Italia sono stati 150mila; 33mila persone si sono fermate nella Penisola, le altre hanno preso la strada del nord Europa, andando verso Francia, Regno Unito, Germania, Svezia… Mons. Perego ha ribadito che “se una persona ha fame, non ha l’acqua, vive in mezzo a una guerra certo non vorrà fermarsi nella sua terra”. Da qui la necessità di “capire quanto sta accadendo e di approfondire strumenti e forme di accoglienza” che, in Europa, richiedono una solidarietà a livello comunitario. Secondo il direttore della Migrantes “bisogna andare oltre una lettura ideologica della migrazione”, attrezzandosi ad affrontarne i diversi volti e prevedendone le nuove sfide. Giancarlo Perego ha ricordato che le migrazioni sono sempre più spesso al servizio della tratta degli esseri umani (per prostituzione, vendita di organi, lavoro nero). Il relatore ha quindi enucleato altri aspetti, fra cui i minori non accompagnati, la presenza crescente di stranieri nelle carceri, i pochi fondi riservati alla cooperazione allo sviluppo, la distorta informazione provenienti dai media.
Il ruolo dell’Ue, i valori cristiani. L’esperienza spagnola è stata descritta da Rafael Rodriguez Ponga, presidente della Fundacion Humanismo y Democracia. “Nel mio Paese – ha spiegato – ci sono circa 5 milioni di stranieri, ma in ragione della crisi profonda molti di essi stanno tornando nelle nazioni d’origine”. “Abbiamo visto per tanto tempo lo straniero come una minaccia o un problema, ma forse occorre domandarsi quale senso complessivo abbiano questi fenomeni”, come affrontarli con progetti di lungo respiro, quale ruolo può avere l’Ue. “E dovremmo puntare sui valori dell’umanesimo cristiano: siamo tutti figli di questa stessa terra e possiamo viverci bene insieme”. Tra le altre voci intervenute (da Cipro, Bosnia Erzegovina, Marocco) interessante quella dell’austriaco Norbert Schnedl, presidente del sindacato cristiano (Oza), il quale ha detto: “Non possiamo lasciare soli i Paesi mediterranei. Le migrazioni sono un tema europeo che si affronta nel quadro della solidarietà europea”.