GIORDANO BRUNO GUERRI
Lo storico e giornalista apprezza la decisione di dare vita a un grande incontro della scuola statale e paritaria: “Dà un segnale di apertura e indica anche la volontà di chiudere uno scontro che non deve più esistere”. E ancora: “Churchill diceva che il miglior investimento di un Paese è mettere latte nel neonato. Io andrei oltre: il migliore è mettere formazione nel bambino”
Una folla straboccante da piazza San Pietro lungo via Conciliazione e fino a Castel Sant’Angelo: questa è stata la "Festa della scuola" di sabato 10 maggio con Papa Francesco. Le presenze hanno superato – secondo le stime – le 300mila persone. Forti le implicazioni culturali di questo primo incontro di scuole statali e paritarie col Pontefice. Per riflettere sul significato di questo evento, il Sir ha posto alcune domande allo scrittore, storico e giornalista Giordano Bruno Guerri. È sorpreso che la scuola statale e quella cattolica paritaria siano per la prima volta insieme a piazza San Pietro?"Mi sembra una felice novità perché la scuola pubblica e quella che si definisce comunemente ‘privata’ devono competere sul piano della qualità. Non c’è motivo perché rimangano divise. Perciò mi sembra una notizia felice e beneaugurante". Possiamo dedurre da un evento come questo, vista anche l’enorme presenza di studenti, insegnanti e genitori, che si avvii un nuovo clima nei rapporti tra società civile e Chiesa? È forse uno degli effetti dell’azione di Papa Francesco?"Immagino che sia stata una sua decisione di volere insieme scuole statali e paritarie. I tempi ci sono tutti. Si tratta di una decisione benigna che dà un segnale di apertura e indica anche la volontà di chiudere uno scontro che non deve più esistere. La scuola cattolica, come tutte le scuole non statali, ha un senso perché si impegna nell’insegnamento e nella formazione dei giovani, con un proprio orientamento del tutto legittimo. La scuola pubblica, dal canto suo, deve ottenere e fornire al tempo stesso stimoli per migliorare, e viceversa". Sta forse per finire anche l’era degli "steccati" tra cultura laica e cultura cattolica?"Può essere un passo avanti. Noi tutti ci auguriamo che avvenga, anche se un superamento totale non ci sarà mai. Sarebbe possibile se venissero meno le differenze. È giusto e normale che queste ci siano, però non in modo conflittuale. Lo dico da cosiddetto ‘mangiapreti’, che in realtà non sono. Per altro ho polemizzato spesso con la Chiesa per alcuni fatti storici, ma sono attento analizzatore di quello che fa e mi sembra che andiamo verso un cambiamento che sarà comunque lento. I tempi della Chiesa vanno misurati in modo diverso da quelli della società laica". La scuola è ancora centro di formazione umana e culturale oppure internet, la Rete, i social network l’hanno scalzata?"Io temo che il suo ruolo di formazione sia diminuito, ma è un errore e un grave pericolo. Nessuno strumento autodidattico, e internet lo è, può superare la formazione erogata dalla scuola. Dal canto suo, la scuola deve utilizzare gli strumenti della tecnologia molto di più di quanto faccia, ma non può essere certamente sostituita. Ben vengano i computer nelle scuole, ma vigilati e guidati da adulti, soprattutto nelle scuole primarie. Parlo da padre di due bambini piccoli e già entrambi usano l’ipad con una abilità sorprendente". I giovani di oggi hanno fame di cultura? O sono sazi di altro e se ne infischiano?"Dipende da quello che ricevono. I bambini e ragazzi sono come vasi da riempire e la natura alla loro età non tollera vuoti: verranno comunque riempiti. Bisogna aiutarli a riempirli nel modo giusto. La scuola è il problema centrale della società e soprattutto di quella italiana. L’abbiamo troppo trascurata, per questo paghiamo e pagheremo le conseguenze per le generazioni a venire. La scuola è per il futuro l’investimento che non si può trascurare. Churchill diceva che il miglior investimento di un Paese è mettere latte nel neonato. Io andrei oltre: il migliore è mettere formazione nel bambino". La cultura cristiana può stare accanto alle altre oppure è divenuta il discorso di una piccola élite?"Indubbiamente c’è la cultura cristiana, che è poi la nostra cultura. Il cristianesimo ha vinto molto tempo fa, affermando i valori nei quali tutti crediamo, a partire dal ‘non fare del male agli altri’. Questa è la base della cultura cristiana. Se poi parliamo di problemi contingenti, come le nozze omosessuali o l’uso dei profilattici, ovviamente sono in totale disaccordo: quella cultura cristiana mi sento ancora di combatterla in un confronto aperto per lo sviluppo della società". Come le è parso il discorso di Papa Francesco?"Un discorso bello, esemplare e del tutto condivisibile. Mi ha colpito là dove ha detto che la scuola insegna ‘la realtà’, perché il bambino viene dal suo mondo di sogni e la scuola lo conduce pian piano alla scoperta del reale. Non sempre la realtà è ‘bella’, ma è vera, e ciò è importante. Di mio potrei aggiungere che la scuola deve soprattutto insegnare non ‘cosa’ pensare, ma ‘a’ pensare. Su questo potremmo essere divisi dal sentiero del Papa: instillare il seme del dubbio, che è alla radice del pensiero. Se ciò avviene, è una buona scuola".