EDITORIALE/2
Memoria, speranza, impegno: il ruolo dei cristiani per una Ue dei popoli e dei diritti
“Alla fine, la riuscita del lavoro politico in favore del bene comune europeo dipenderà da tutti i cittadini, in particolare dei cristiani impegnati”. Parole del card. Reinhard Marx, presidente della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece), nella dichiarazione resa immediatamente dopo la diffusione dei risultati delle elezioni per il Parlamento Ue. Ancora una volta l’appello delle Chiese cristiane per un’Europa dei popoli, delle culture e dello spirito, si è fatto sentire con quel realismo cristiano che al rigore delle analisi e alla concretezza delle scelte politiche e istituzionali unisce la forza interiore della speranza.
Un percorso impegnativo attende l’Europa perché questi risultati elettorali hanno decretato non la fine di una grande idea ma una sua metamorfosi come più volte ha affermato un europeista come Jacques Delors.
Il percorso è in salita e questo presuppone la volontà di raggiungere mete più alte e allora può essere di monito e di incoraggiamento il pensiero dei padri, non per nostalgia del passato ma per nostalgia del futuro.
Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio italiano fra gli anni ’40 e ’50 del Novecento, in un vibrante discorso così affermava: “Dobbiamo cercare la nostra nuova misura di essere europei. In questa impresa ci possono aiutare l’esperienza, la cultura, la storia e la ricerca seria degli elementi spirituali nei quali l’Europa è già unita. Senza questo lavoro interiore che ognuno deve intraprendere in se stesso non diventeremo mai cittadini europei”.
Il francese Robert Schuman, il tedesco Konrad Adenauer, lo stesso De Gasperi e altri padri dell’Europa, cristiani e non cristiani, ricordavano e ricordano con severità che “non saranno le leggi economiche o monetarie ad arricchirci di questa nuova veste ma sarà la nostra disponibilità a comprendere pienamente la vita degli altri Paesi, saranno la tolleranza e la fraternità che, tradotte in opere di giustizia e di pace sul piano sociale e internazionale, ci daranno la patente di cittadini d’Europa”.
Il rafforzamento e l’allargamento della casa comune europea hanno bisogno di certezze ed è comprensibile che nell’inquietudine dell’oggi si cerchino tutte le garanzie possibili, ma con l’evolversi dei tempi, sosteneva ancora De Gasperi nel 1952, “nessuna garanzia sarà più operante di quella della comunanza della concezione politica, della identità delle istituzioni democratiche, della similarità o complementarietà delle esigenze economiche. Nessuna garanzia più costante di un’autorità politica centrale fondata sulla rappresentanza dei popoli consociati e confederati”.
Si è ancora lontani da questa meta, raggiungerla è difficile ma è possibile, quindi è doveroso per il bene dell’Europa e non solo. Occorre procedere nella direzione indicata dalla bussola dei diritti e della dignità della persona e ancora una volta torna attuale il monito di De Gasperi nell’intervento al Congresso del Movimento europeo all’Aja nel 1953: “Ci sono dei principi di diritto naturale codificati anche nei documenti basilari della Comunità: i diritti della persona e della famiglia, le libertà essenziali, la protezione delle minoranze etniche, ove essa è inevitabile. Sono un uomo invecchiato nella prassi politica e comprendo la necessità del compromesso. Ma il componimento non è mai fecondo se tradisce principi essenziali”.
Quanta saggezza e coerenza in questo pensiero!
Non meraviglia quindi che in una lettera che Adenauer scriveva a De Gasperi riflettendo sul loro impegno politico si leggesse: “Abbiamo affrontato i nostri problemi partendo dalla stessa base spirituale”. E poco oltre: “Abbiamo entrambi iniziato la nostra carriera politica in un partito al contempo democratico e cristiano e abbiamo operato in modo che ciò fosse chiaro nella nostra azione”.
Il sostantivo non c’è più nel vocabolario della politica di oggi ma ci sono i due aggettivi che lo accompagnavano: da questi due aggettivi riparte una nuova misura dell’essere cittadini europei.