ENNESIMA STRAGE A SCUOLA
"Un profondo esame di coscienza": lo invoca il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, dopo l’ennesima strage in una scuola americana. Questa volta a Troutdale, non lontano da Portland. A terra, senza vita, è rimasto uno studente della Reynolds High School, ucciso a colpi di arma da fuoco da un altro liceale, che poi si è tolto la vita.
Negli ultimi giorni gli Usa sono stati costellati da episodi analoghi registrati a Las Vegas, a Philadelphia, ad Atlanta: ogni volta si tratta di stragi nelle scuole. Se poi si volge lo sguardo a ritroso nel tempo, è un susseguirsi della stessa scena: adolescenti o poco più, armati fino ai denti, che fanno irruzione nella propria o in altre scuole e, senza un motivo apparente o scatenante, fanno fuori tutti coloro che trovano sulla loro strada. Se i killer non sono giovani, tocca allora ad adulti accecati da altrettanta barbarie spezzare giovani vite imbracciando ogni sorta di pistola, mitraglietta o fucile. Lo stesso Obama ha quindi affermato: "Siamo l’unico Paese sviluppato nel mondo dove accadono queste cose". Sul termine "sviluppato" – o come altri direbbero, peggiorando le cose, "civile" – ci sarebbe da discutere: qual è infatti il metro di giudizio dello sviluppo? Il reddito pro capite? Il numero di auto in circolazione o di telefoni cellulari a disposizione? Sul fatto, poi, che solo negli Stati Uniti accadono simili vicende occorre purtroppo dar torto all’inquilino della Casa Bianca: negli Usa sono prese di mira soprattutto le scuole, ma di certo in tante metropoli diffuse in ogni continente la violenza è di casa. Basterebbe chiedere agli abitanti di Bogotà o di Nuova Delhi, di Brasilia o del Cairo, di alcune capitali africane o di talune città europee, Italia compresa…
Resta il grido di allarme di un presidente che vede morire i giovani con episodi di una drammaticità indescrivibile. Allora i problemi da sollevare sono almeno due, e Obama lo sa. Il primo: per quanto riguarda la diffusione di armi, di ogni genere, gli Stati Uniti sono rimasti al Far West, e questo non è certo indice di sviluppo. In ogni casa, o quasi, circolano revolver e pallottole, quasi facessero parte dell’arredamento. Non mancano indagini, libri e film (spicca ovviamente "Bowling a Columbine", di Michael Moore, che prende le mosse proprio da una strage a scuola con 12 vittime) che segnalano questa triste specificità americana; ma ogni volta che un presidente o una parte del Congresso provano a introdurre una legge restrittiva, gli interessi economici, le lobby delle armi e la stessa opinione pubblica insorgono. C’è, di fondo, un irrisolto problema culturale e sociale e una latente paura del prossimo che portano ad armarsi. Qui si collega la seconda osservazione: qual è il profilo sociale, psicologico, morale dei benestanti (per lo più) adolescenti e giovani americani? Non c’è, forse, un’emergenza educativa che va affrontata con serietà e urgenza, chiamando in causa famiglie, scuole, mass media e istituzioni pubbliche?
Obama ha lanciato il messaggio: ora non può restare con le mani in mano.