LE SPALLE VOLTATE ALL'INNO" "
"L’Europa è ora unita e unita possa in eterno rimanere; le differenze nell’unità diffondano la pace nel mondo. Regnino sempre in Europa la fede, la giustizia e la libertà dei popoli in una patria più grande". È la traduzione, dall’originale versione in latino, di un tentativo (riconducibile a Peter Roland) di definire un testo che accompagnasse le note dell’"Inno alla gioia", composto nel 1823 da Ludwig van Beethoven. Il movimento finale della "Nona sinfonia" costituisce l’emblema musicale dell’Europa, adottato nel 1972 dal Consiglio d’Europa e nel 1985 dall’allora Comunità europea, oggi Ue. L’"Inno alla gioia" è uno dei simboli dell’integrazione, accanto al motto "Unità nella diversità" e alla festa (9 maggio, giorno della Dichiarazione Schuman del 1950 che diede avvio al percorso dell’unità politica).
Presi nel loro insieme questi simboli, in quanto tali, rappresentano, riassumono, declinano duemila anni di "idea di Europa" e sessant’anni d’integrazione economica e politica. Insomma, vorrebbero essere una sintesi culturale – efficace ancorché non esaustiva – del Vecchio Continente.
Già, ma questa è cultura.
"Con la cultura non si mangia" – è stato rilevato in passato, con un’annotazione non propriamente aulica. Il confronto è aperto: la cultura, gli emblemi, i riferimenti comuni "servono"? Hanno un senso oppure no? Opportunamente aggiornati, attualizzati, possono insegnarci qualcosa? Estendendo il discorso all’ampio spettro culturale: Dante ce lo teniamo? E Socrate? Il teorema di Pitagora? Le strane formule di Einstein? I film di Rossellini? Le poesie di Neruda o di Mario Luzi? I calcoli per spedire i missili sulla luna? Internet? E la chirurgia cardiovascolare? L’architettura? La ricerca geografica e le innovazioni economiche? Si tratta pur sempre di cultura e di "prodotti" della cultura.
È ancora tempo di affaticarsi a leggere, imparare, far di conto, ascoltare, gustare, dialogare?
Eppure, c’è un eppure. Risuonando il 1° luglio le note dell’"Inno alla gioia" nel solenne emiciclo dell’Europarlamento, i deputati antieuropeisti di Nigel Farage hanno voltato le spalle. Signorilmente. Del resto si fa sempre così: dinanzi a una persona degna di nota, di rispetto o di particolare attenzione, le persone costumate girano le spalle e mostrano il meglio di sé.
Ma c’è anche chi ha sostenuto che la "Nona" di Beethoven è stata suonata per festeggiare i compleanni di Hitler e che "l’hanno usata i più grandi killer della storia". Infatti nessuno di noi utilizza una forchetta perché Stalin mangiava con la forchetta; e chi viaggerebbe in auto sapendo che Bokassa e Saddam Hussein si muovevano con le quattro ruote?
Il fatto è che un simbolo può essere "tirato per la giacca" e persino negato, ma laddove è generalmente riconosciuto rimane pur sempre, e non oltre, un simbolo. Ugualmente la cultura dovrebbe essere patrimonio condiviso: ma se qualcuno gira le spalle alla cultura oppure la butta nel cestino – liberissimi di farlo – non gliela si può restituire; ne farà a meno, punto e stop.
Marine Le Pen, che certo con l’Europa non va per il sottile, a proposito dei no-Inno ha chiosato: "Mi date un cappellino e una trombetta? Un travestimento qualsiasi va bene". Dopo gli euroscettici, gli euroclown.