UE

Juncker, un’Europa ”concreta”

L’ex premier lussemburghese si avvia a guidare la Commissione. Promesse, programmi, nodi irrisolti

 "Sì, ho negoziato la mia candidatura" alla carica di presidente della Commissione europea, nel senso che "ne ho discusso con i capi di Stato e di governo" e con alcuni commissari. "Ho fatto promesse" che si possono mantenere e "ho assunto impegni realistici". Dal Parlamento di Strasburgo "ho avuto una maggioranza ampia, non potevo sperare di più"; "e sono contento che Marine Le Pen non mi abbia votato, perché non voglio il sostegno" dei nazionalisti né "di chi vorrebbe un’Europa del rifiuto, delle chiusure". Jean-Claude Juncker, lussemburghese, ottiene il voto favorevole dell’Assemblea Ue e si appresta a guidare l’Esecutivo a partire dal 1° novembre, quando scadrà il mandato del portoghese José Manuel Barroso. Il pragmatismo come metodo. Battuta sempre pronta, ironia, capacità di negoziare: Juncker è in politica dal 40 anni, benché non abbia ancora spento 60 candeline. Popolare, di modeste origini, parla diverse lingue (come accade di frequente fra i lussemburghesi); è stato per 18 anni premier del Granducato, per 6 ha diretto la Banca mondiale, per 7 è stato alla testa dell’Eurogruppo. Rappresenta l’Europa del rigore – ha partecipato alla stesura delle regole di Maastricht, è tra gli inventori della "troika" – ma crede anche nell’economia sociale di mercato, con attenzioni particolari all’occupazione, all’inclusione sociale, alle fasce deboli. "La moneta unica non divide ma protegge l’Europa, la sua economia, i suoi cittadini", ha detto, e ripetuto, il 15 luglio davanti all’Europarlamento prima del voto che gli ha aperto la strada della presidenza della Commissione. Un intervento lungo e appassionato, dai forti tratti europeisti, che non ha trascurato di citare le origini dell’integrazione comunitaria, il valore assoluto della pace e della cooperazione tra gli Stati. Ma Juncker sa che la storia non basta e guarda avanti: ammonisce ad abbandonare i nazionalismi e a "dare risposte concrete nell’interesse dei cittadini". "Rinunciamo a sterili dibattiti ideologici. Assumiamo il pragmatismo come metodo". Una delega per diritti e migrazioni. "Occorre rilanciare il metodo comunitario. Voglio una Commissione che sia politica, più politica", indipendente dal Consiglio europeo, scandisce Juncker, salvo poi aggiustare il tiro: "L’Europa non si costruisce contro gli Stati, ma con gli Stati". Quindi passa alle "cose da fare": "Entro febbraio 2015 intendo definire un programma per la crescita, gli investimenti e il lavoro che mobiliti 300 miliardi, tra fondi pubblici e privati, nel corso di tre anni". I settori che andrebbero prioritariamente rilanciati sono, a suo avviso, le reti energetiche, le fonti energetiche sostenibili, la banda larga, le infrastrutture di trasporto, il sostegno al settore industriale e in particolare alle Pmi, la ricerca, la Garanzia giovani, "da estendere fino all’età di 30 anni", anziché a 25 come ora. Quindi precisa: "Noi non chiederemo di modificare il Patto di stabilità e crescita. La stabilità" dei conti pubblici "è un obbligo di lungo periodo. Ma nello stesso Patto ci sono margini di flessibilità per tornare alla crescita". Quindi – dopo aver citato Jacques Delors, François Mitterrand e Helmut Kohl come modelli di un’Europa "dei valori" e "concreta" – esplicita la sua anima cristiano-sociale. "La crisi non è finita finché ci saranno milioni di disoccupati", e si sofferma sulla dimensione sociale dello sviluppo economico. Nell’agenda di Juncker figura la creazione di un commissario che si occupi di diritti fondamentali e migrazioni (i flussi migratori sono un problema di tutti – avverte – e bisogna affrontarli secondo il principio di solidarietà). Sull’ulteriore allargamento dei confini comunitari ha le idee chiare: "Nei prossimi 5 anni non ci saranno nuove adesioni, anche se i negoziati con i Paesi candidati proseguiranno". Varie questioni aperte. Al momento del voto la maggioranza parlamentare che si è andata costruendo nelle ultime settimane regge alla sfida di qualche defezione nazionale. Sulla carta Popolari, Socialisti e democratici e Liberaldemocratici contano 480 seggi: Juncker raccoglie 422 sì, contro 250 no e qualche manciata di schede nulle. Il 16 luglio Juncker è chiamato a presentarsi al Consiglio europeo straordinario, che deve prendere atto del voto dell’Assemblea. Spetta quindi ai singoli Stati indicare al presidente dell’Esecutivo il nominativo (o più nominativi) per un incarico di commissario: Jucker assegnerà poi i portafogli e le competenze agli stessi commissari (per ora l’unica indicazione venuta dal lussemburghese riguarda la delega agli affari economici e monetari che vorrebbe assegnare a un socialista). I candidati a far parte del collegio parteciperanno alle audizioni parlamentari a settembre, mentre la Commissione sarà votata in via definitiva durante la plenaria del Parlamento a ottobre. Per il presidente restano sul tavolo diversi problemi: la posizione del Regno Unito, che sembra avere un piede fuori dall’Unione; la distanza da colmare tra istituzioni europee e cittadini; lo scarso europeismo – che Juncker denuncia esplicitamente – di alcuni premier; la modesta consistenza del bilancio Ue; i conflitti in atto in Ucraina, Terra santa e Siria; la debole politica estera e di sicurezza comune dei Ventotto.