EDITORIALE

Agenda Ue, i problemi ” “non vanno in vacanza

Nomine, riforme, economia, lavoro, esteri, bilancio: questioni che attendono decisioni urgenti

Tempo di ferie estive in quasi tutti i Paesi del Vecchio continente, ma i problemi che l’Unione europea ha dinanzi a sé non vanno certo in vacanza e saranno tutti lì, al loro posto, con la ripresa di fine agosto.
Ne sa qualcosa il futuro presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, che, avuto il benestare del Consiglio e del Parlamento europeo, entrerà in carica il 1° novembre solo a condizione di aver dato vita nel frattempo a una squadra di commissari (peraltro singolarmente designati dagli Stati aderenti) che sarà riuscita ad ottenere l’ultimo “sì” dell’emiciclo di Strasburgo durante la sessione plenaria del 20- 23 ottobre. Il politico lussemburghese sta trattando dietro le quinte con le cancellerie, sia per ottenere nomi di alto livello da schierare nel collegio, sia per una efficace ed equa distribuzione delle deleghe, fra cui quelle più ambite di Alto rappresentante per la politica estera (che è anche vice presidente dell’Esecutivo) e di commissario agli affari economici e monetari. Ma in genere non dispiacciono nemmeno le responsabilità di bilancio, politiche regionali, giustizia, commercio, mercato interno e concorrenza. Nel frattempo i presidenti uscenti di Commissione e Consiglio europeo hanno le loro grane da dirimere. Il primo, José Manuel Barroso, sta lavorando al discorso sullo Stato dell’Unione, che pronuncerà davanti agli eurodeputati a Strasburgo nella plenaria del 15-18 settembre. Dopo dieci anni di vita dura al Palazzo Berlaymont, contrassegnati dalla crisi economica e dai tentativi di rispondervi su scala europea, il portoghese vorrebbe uscire di scena con il giusto riconoscimento per quanto operato in una situazione davvero difficile, dovendo fare i conti con un costante atteggiamento frenante da parte di quasi tutti i governi dei 28. Anche nei momenti peggiori della recessione, infatti, ciascuno ha cercato di tirare l’acqua al proprio mulino, pensando più ai problemi interni che non alla ricerca di risposte comuni alle sfide che toccavano l’intero continente.
Il secondo, invece, il belga Herman Van Rompuy, ha sul tavolo una serie di dossier che lo impegneranno fino all’ultimo giorno di mandato, stabilito al 30 novembre. Fra questi, la nomina del suo stesso successore e quella di Alto rappresentante, gli ulteriori passi attesi per il rafforzamento della governance economica e il varo dell’unione bancaria, la concretizzazione delle decisioni assunte per le riforme economiche e per favorire la crescita e il lavoro (a partire dalla Garanzia giovani). In questo senso le sedute del Consiglio europeo del 30 agosto e del successivo 23-24 ottobre si profilano piuttosto agitate.
Alle tre principali istituzioni comunitarie – Parlamento, Consiglio e Commissione -, congiuntamente alla presidenza di turno italiana del Consiglio dei ministri dell’Ue, spetta poi definire un minimo di posizione comune rispetto alle innumerevoli situazioni di conflitto o tensione che si registrano tutt’attorno ai confini comuni. È vero che una politica estera europea non esiste ancora per via del diritto di veto a cui gli Stati non intendono rinunciare; ma è altrettanto sacrosanto attendersi dall’Ue – “potenza di pace” – una parola chiara e un’azione politica e diplomatica conseguente per quanto riguarda l’Ucraina, la Siria, il Medio oriente, la Libia, l’Egitto, l’Iraq… I fronti aperti sono infiniti, quanto infinita è parsa, finora, l’incapacità di assumere una posizione ferma, magari in accordo con Onu, Nato e Stati Uniti, direttamente rivolta a ristabilire condizioni per una pace duratura, senza rinunciare a fornire aiuti umanitari immediati e, poi, fondi adeguati per la ricostruzione di lungo periodo.
Infine non vanno sottovalutate altre tematiche “bollenti” nel processo di integrazione: la risposta alle migrazioni di massa; la definizione del bilancio 2015 e la ripartizioni dei fondi del Quadro finanziario pluriennale 2014-2020; la revisione dello stesso budget, in modo da renderlo sempre meno dipendente dai tagli umorali degli Stati, fornendo alle casse europee quelle “risorse proprie” che l’Europarlamento invoca da anni; e nuove forme di partecipazione attiva dei cittadini alla vita delle istituzioni di Bruxelles e Strasburgo, così da rendere l’Unione una vera “casa comune” democratica e trasparente (in tal senso l’Iniziativa dei cittadini, normata dal Trattato di Lisbona, potrebbe essere uno strumento valido, purché le voci dei cittadini stessi siano realmente ascoltate in sede istituzionale. Il caso dell’iniziativa “Uno di noi” ha lasciato uno strascico di nodi da sciogliere).
Nomine (e dunque leader), economia e occupazione, rapporto Ue-Stati-cittadini, politica esteri e bilancio: c’è da scommettere che, tornati dalle ferie, questi stessi temi saranno ancora in cima all’agenda comunitaria.