UCRAINA
Nessun esito concreto dal vertice di Minsk. La situazione si aggrava ogni giorno
Ai confini orientali dell’Europa, in Ucraina, si combatte una guerra che il resto del continente guarda con apatia ma che, come tutti i conflitti in corso, sta lasciando dietro di sé un deserto popolato di morti. Il 26 agosto le autorità politiche di Ucraina, Russia, Kazakistan, Bielorussia e Ue si sono date appuntamento a Minsk per parlare della crisi. Non basta certo una stretta di mano e un colloquio tra il presidente ucraino Petro Poroshenko e quello russo Vladimir Putin per restituire la pace a una terra martoriata, ma almeno a Minsk si sono posti sul tavolo problemi reali: il rispetto delle frontiere, la presenza in Ucraina di forze ribelli vicine a Mosca, l’urgenza di un cessate il fuoco bilaterale, il libero accesso degli aiuti umanitari, l’avvio di negoziati per una pace duratura… Nel frattempo il presidente ucraino Poroshenko ha firmato il decreto per sciogliere il Parlamento indicendo nuove elezioni per il prossimo 26 ottobre.
Nella roccaforte dei ribelli. Nella regione del Donbass in queste ore si fa la conta dei danni. La popolazione civile è abbandonata a se stessa: alle agenzie umanitarie non è ancora consentito oltrepassare i “check point” per portare gli aiuti. In particolare a Luhansk e Donetsk la situazione umanitaria è drammatica. Sono le due città più colpite. Qui manca tutto. Roccaforte dei ribelli filorussi, da una ventina di giorni la gente si trova senza acqua e senza elettricità. “Cento chilometri di frontiera – racconta il gesuita Andriy Zelinskij che si trova nelle vicinanze della città di Sloviansk – sono ormai sotto il controllo dei russi. La gente ha paura. Nessuno se la sente di uscire da casa. Da Donetsk e Luhansk si esce e si entra solo passando il controllo del passaporto e non lasciano entrare dall’Ucraina gli aiuti”.
L’appello della Caritas. “La situazione nell’est del Paese – conferma da Kiev il presidente della Caritas ucraina, Andrij Waskowycz – sta deteriorando di giorno in giorno e le persone stanno lasciando le loro case”. Secondo le stime ufficiali delle Nazioni Unite i profughi “interni”, quelli cioè che si sono rifugiati in Ucraina, sono 190mila. Quelli che invece hanno preferito andare in Russia sono 200mila. “A Luhansk – continua il direttore Caritas – la situazione è peggiore: qui manca acqua, elettricità, accesso alle cure mediche e al cibo”. A Kiev la Caritas sta lavorando intensamente per capire come muoversi e cosa fare. Sono in corso riunioni con rappresentanti di Caritas Europa, Caritas Germania e Caritas americana. Due sono le aree di aiuto individuate per il momento: supporto ai rifugiati e sostegno ai profughi di Sloviansk per il rientro nelle loro abitazioni che troveranno danneggiate se non completamente distrutte. Si è così deciso di avviare un progetto per ricostruire e reinstallare nella città le finestre delle case distrutte nei combattimenti aiutando così un totale di mille famiglie ad affrontare con più serenità l’inverno. Nella città di Kharkiv, a 50 chilometri dal confine russo, sempre la Caritas ha aperto un ufficio per coordinare gli aiuti nella regione. “Abbiamo bisogno del supporto della comunità internazionale – dice ancora Waskowycz -. Abbiamo lottato per mesi perché nel nostro Paese prevalessero i valori europei. Ora l’Europa non può abbandonarci”.
Aiuto ai profughi. A Kiev, per Caritas Germania, c’è Pasquale Ionta. “Abbiamo provato a entrare a Sloviansk, città liberata dalle forze ucraine – racconta a Sir Europa -. Ma la tensione era altissima e non ci è stato possibile andare oltre il ‘check point’. La presenza sul territorio di piccole bande non assicurava la necessaria sicurezza per proseguire all’interno. Abbiamo comunque potuto verificare che i danni sono altissimi: sono state danneggiate case e attività commerciali. Sono stati colpiti i 7 centri tra poliambulatori e pronto soccorso presenti nella provincia; almeno uno è completamente distrutto”. La Caritas ucraina ha aperto a Kharkiv un ufficio per coordinare gli aiuti in questa primissima fase di emergenza. E l’emergenza ora ha il volto dei profughi. In città ne sono arrivati ufficialmente 27mila. “Ma noi – racconta Ionta – stimiamo una presenza pari almeno il doppio. Moltissimi, infatti, non si registrano per paura di essere in futuro accusati di collaborazionismo”. I rifugiati arrivano a Kharkiv in treno e alla stazione vengono accolti da gruppi di volontari che offrono cibo e beni di prima necessità, per poi accompagnarli nei 4 campi scout allestiti in città.
Le parole del Papa. Fanno bene qui in Ucraina le parole di Papa Francesco che domenica scorsa all’Angelus ha chiesto ai fedeli presenti in piazza San Pietro a Roma di recitare un’Ave Maria per “l’amata terra d’Ucraina”. “Il Papa ha sempre dimostrato di essere vicino al popolo ucraino – commenta il gesuita Zelinskij -, il problema è che il mondo ci ha dimenticato”. È per questo che il Primate della Chiesa greco-cattolica ucraina, Sviatoslav Schevchuk, ha rivolto recentemente un messaggio alla comunità internazionale. “L’Ucraina – ha detto – ha bisogno di un sostegno effettivo di tutta la comunità cristiana e di tutte le persone di buona volontà. Il silenzio e la mancanza di azione porteranno a ulteriori tragedie”.