PAESI BASSI
La vicenda di un gruppo di stranieri. L’ospitalità in una chiesa, il sostegno di vescovo e comunità cristiana
Sono due anni, dal 19 settembre 2012, che un gruppo di richiedenti asilo vaga tra sistemazioni precarie nella città dell’Aja: una sessantina di uomini, provenienti da Iraq, Afghanistan ed Egitto. “Si tratta di persone che hanno fatto la procedura di richiesta di asilo, ma senza ottenere il permesso di rimanere, e quindi dovrebbero lasciare i Paesi Bassi”, spiega a Sir Europa Daphne van Roosendaal, responsabile ufficio stampa della diocesi di Rotterdam a cui appartiene la città olandese. “Sono persone che in alcuni casi hanno vissuto qui già molti ani, ma per i quali è impossibile tornare nel loro Paese perché in guerra, o perché il loro governo non è disponibile ad accoglierli”, spiega ancora van Roosendaal. La notizia di questi giorni è che i vigili del fuoco hanno emesso una dichiarazione di non conformità della chiesa del Santissimo Sacramento, che era occupata da quasi due anni e il 2 settembre la chiesa è stata evacuata. I sessanta richiedenti asilo sono ora in un centro di accoglienza per senzatetto. Se vogliono avere un futuro, dovranno rivelare le proprie identità e ricominciare le procedure, ora che il governo si è dichiarato disponibile a farlo. Otto persone, timorose di essere rimpatriate con la forza, hanno preferito non dichiarare la propria identità e vivono ora per strada.
Da quando queste persone erano nella chiesa del Santissimo Sacramento?
“La vicenda è cominciata nel settembre 2012 – spiega van Roosendaal -: dopo tre mesi di proteste, un gruppo di richiedenti asilo ha allestito un accampamento in un prato, il Koekamp, vicino alla Stazione centrale dell’Aja. Una sentenza del tribunale del 19 settembre 2012 ha concesso loro di restare in quel prato, a patto che, per motivi di sicurezza, le tende fossero aperte. La polizia ha però fatto irruzione ed evacuato il campo il 13 dicembre, perché un’ordinanza del sindaco indicava che quella sistemazione non sarebbe stata sicura per l’inverno. Con l’appoggio del gruppo ‘Diritto ad esistere’ (Recht op Bestaan), i manifestanti hanno annunciato che avrebbero comunque continuato la protesta in un luogo differente. E infatti, il 12 gennaio 2012 sono entrati, con l’aiuto di alcuni squatters, in una chiesa che dal 2008 non era più utilizzata per le funzioni religiose. Ma la parrocchia non era stata informata. Gli squatters hanno forzato l’ingresso e hanno invitato i rifugiati a occupare l’edificio”.
Come ha reagito la comunità cattolica a questa irruzione?
“La comunità parrocchiale proprietaria della chiesa e la diocesi di Rotterdam hanno dato ospitalità a queste persone per motivi umanitari, ma erano preoccupate per la sicurezza, in un edificio da tempo in disuso e non adatto per ospitare persone. Per esempio il sistema elettrico rappresentava un problema. Per questo la parrocchia si è presa in carico i necessari adeguamenti dell’impianto. Sono stati fatti regolari controlli alla struttura ed è stato chiesto alle autorità locali di fare altrettanto. La parrocchia e la diocesi hanno anche sempre cercato di verificare che le persone nella chiesa avessero cibo a sufficienza”.
Come si è coinvolta la cittadinanza?
“Molte persone portavano cibo e alcuni vicini della chiesa mettevano a disposizione dei rifugiati i propri servizi igienici e docce, perché la possibilità di acqua calda era molto limitata nella chiesa. Hanno anche offerto un po’ di assistenza sanitaria. Due anni di vita in quella chiesa hanno stremato le persone”.
Quali sono le prospettive ora?
“Il governo ha promesso di prendere di nuovo in considerazione ogni singolo caso per verificare se sia possibile che queste persone restino nei Paesi Bassi o meno”.
Che cosa farà la comunità cristiana?
“60 persone sono state trasferite in questi giorni in un centro dell’Esercito della salvezza, sempre all’Aja. Lì potranno restare per i prossimi due mesi. Le associazioni e le persone, tra cui anche membri del Consiglio delle Chiese cittadino, continueranno ad occuparsi di loro”.
Qual è stato il ruolo del vescovo in questa vicenda?
“Il vescovo era molto preoccupato per la loro sicurezza all’interno dell’edificio della chiesa e si è fatto anche loro avvocato con ripetute richieste alla municipalità affinché offrisse prospettive migliori peri rifugiati, adeguate alla dignità umana di ognuno. Il vescovo ha poi ripetutamente insistito sulla necessità di trovare una prospettiva concreta per l’accoglienza, anziché continuare con soluzioni precarie. Ora il Governo verificherà di nuovo le singole situazioni”.