OLTRE L'ACCIAIO

Taranto ci prova” “con la canapa” “e l’ostrica biologica

Dalla forza di reagire di alcuni imprenditori locali la nascita di nuove iniziative promettenti che saldano passato e presente. Dove si allevavano le capre (abbattute a causa della diossina) oggi si produce canapa. E la mitilicoltura si rinnova con investimenti milionari. Per tutti una scommessa su prodotti ecologicamente compatibili, in grado di costruire una nuova filiera

C’è una Taranto che riparte, con coraggio e speranza, buttandosi alle spalle i veleni della grande industria. Una città che progetta, che innova, che s’informa, che crede in un futuro diverso, in economie alternative alla monocoltura dell’acciaio. Addio all’allevamento. Uno dei simboli di questo cambiamento è Vincenzo Fornaro. Cresciuto nella masseria di famiglia, sorta nell’ultimo trentennio dell’Ottocento, allevava pecore nei 60 ettari di terreno al confine con Statte, a due passi dalle ciminiere dell’Ilva. Nel 2008 ha visto andare in fumo i sacrifici dei suoi avi. Per ordinanza regionale, 600 ovini di sua proprietà furono abbattuti senza se e senza ma. Considerati anche quelli delle aziende vicine, si arrivò alla morte di duemila capi di bestiame. Si era scoperto, grazie alle analisi di un gruppo di ambientalisti, che nel latte materno, nei formaggi, nelle uova, negli animali da allevamento, compresi quelli della sua azienda di famiglia, c’erano livelli di diossina e policlorobifenili anche tre volte superiori alla norma. Dati allarmanti, dovuti alla presenza dell’Ilva, secondo quanto sostenuto due anni dopo dai periti chimici, nell’ambito dell’inchiesta per disastro ambientale a carico del siderurgico. Nonostante l’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) che impone l’adeguamento ambientale della fabbrica e i tanti decreti legge, ad oggi a Taranto nulla è cambiato e vige ancora il divieto di pascolo nel raggio di 20 km dal siderurgico. Si riparte dalla canapa. Fornaro, però, ha deciso di reinventarsi e guarda con speranza al futuro. Da qualche mese ha iniziato a coltivare canapa da impiegare nel settore tessile. Il Cnr ha fatto delle analisi nel terreno, che verranno ripetute entro la fine del mese sul prodotto raccolto. Gli esiti diranno se la canapa potrà essere utilizzata anche nel settore alimentare. Se così non fosse, gli ambiti d’impiego sono svariati: dall’edilizia all’energia, dal tessile ai biocompositi. La canapa, inoltre, come il cotone e il lino, ha una grande proprietà: bonificare terreni contaminati, motivo per cui la regione Puglia sta finanziando progetti come quello dello stesso Fornaro, con l’obiettivo di risanare le aree Sin (Siti d’interesse nazionale) fortemente inquinate, come Taranto e Brindisi. Ed è proprio degli scorsi giorni la notizia dell’apertura di un impianto di trasformazione della canapa industriale da utilizzare nella bioedilizia, stavolta a Crispiano, in provincia di Taranto. Un impianto che, con 16 ore giornaliere a ciclo continuo, si candida a essere riferimento per tutta l’Italia centro-meridionale. L’ostrica biologica. C’è un altro settore che sta cercando di riemergere: la mitilicoltura. Migliaia di tonnellate di cozze, infatti, andarono al macero nell’estate 2011 quando, da analisi condotte su frutti di mare allevati nel primo seno di mar Piccolo, alcuni ambientalisti riscontrano concentrazioni fuori controllo di Pcb (Psicogrammi di policlorobifenili) e diossina. Fino a quel momento Arpa e Asl non avevano sollevato alcun allarme. La conseguenza fu disastrosa. Taranto, città della mitilicoltura, vide andare in fumo centinaia di migliaia di euro di guadagni. Oggi l’attività è in ripresa. Buona parte delle aziende di mitilicoltura hanno spostato i loro allevamenti in mar Grande e altre, che sono ancora in mar Piccolo, hanno concessioni che certificano che nel loro specchio di mare non ci sia inquinamento fuori limite. E c’è chi ha approfittato di questo tempo difficile per saggiare nuove idee. I fratelli D’Andria, della cooperativa "Ittica Jonica", stanno completando la sperimentazione di un’ostrica completamente biologica coltivata in mare aperto, lontano dalle acque del porto di Taranto quanto basta perché non ci sia bisogno di alcun tipo di stabulazione. Nel processo si avvalgono di un’imbarcazione di 20 metri per 6, la Navimar, comandata attraverso un joystick. La coltura avviene in 500mila metri quadri con un protocollo innovativo, che fa diventare i gusci di cozze vuote il principale nutrimento dell’ostrica Edulis e non prevede alcun passaggio in laboratorio, come accade invece in Francia. "Lavoriamo a questo progetto sperimentale da due anni – afferma Alfonso D’Andria -. Dopo analisi e controlli, siamo pronti per la commercializzazione, che avverrà nel 2015. Già a novembre e dicembre prossimi, faremo assaggiare una parte del prodotto per farlo conoscere, poi inizierà la vendita". Il progetto, costato milioni di euro, al momento non gode di finanziamenti pubblici. "Eppure – conclude D’Andria – noi speriamo in un sostegno e ci auguriamo di poter ottenere presto il marchio Igp (prodotto di Indicazione geografica protetta)". Un weekend di buone pratiche. Di queste e di tante altre buone pratiche, portatrici di modelli economici alternativi alla monocultura industriale, si parlerà in FestAmbiente Lavoro il prossimo weekend, la due giorni, che si svolgerà per la prima volta anche nel capoluogo ionico, è promossa da Legambiente e regione Puglia. L’obiettivo è guardare al bello, per uscire dal buio di questi anni difficili.