DOPO L'APPELLO DEL PAPA

Calma apparente ” “in Lesotho…” “Vescovi mediatori?” “

Prosegue il braccio di ferro politico tra i due esponenti più importanti della fragile coalizione di governo, il premier in carica Thomas Thabane e il suo vice Mothetjoa Metsing, sostenuti rispettivamente dalla polizia e dall’esercito. Intanto la popolazione è spaventata e teme che il conflitto possa degenerare in violenze e scontri armati” “

La calma è solo apparente in Lesotho, due settimane dopo l’intervento dell’esercito nelle strade della capitale Maseru, l’azione è stata definita un tentativo di colpo di Stato dal premier in carica Thomas Thabane, costretto a fuggire nel vicino Sudafrica. L’uomo politico ha potuto far ritorno nel Paese solo alcuni giorni dopo, in seguito a una trattativa. Formalmente il Lesotho, il cui territorio è completamente circondato da quello del potente vicino, è una monarchia costituzionale guidata da re Letsie III, ma il sovrano ha pochi poteri effettivi. A contrapporsi politicamente sono invece i due esponenti più importanti della fragile coalizione di governo, Thabane e il suo vice Mothetjoa Metsing, sostenuti rispettivamente dalla polizia e dall’esercito. A far salire la tensione potrebbe essere stata proprio la decisione di Thabane di sostituire il comandante delle forze armate, Tlali Kamoli, con un suo fedelissimo. Una mossa che segue di alcuni mesi la sospensione del parlamento, avvenuta a giugno, per evitare un ormai certo voto di sfiducia. Gli scontri di fine agosto, che hanno provocato un morto tra gli agenti di polizia, hanno suscitato la preoccupazione dei vescovi locali, che in una lettera pastorale del 3 settembre hanno rivolto un appello a tutte le parti perché lavorino in vista del bene comune. La loro richiesta è stata rilanciata anche da Papa Francesco che domenica 7 settembre ha invitato a pregare per la pace nel piccolo Stato africano. Un auspicio accolto solo in parte: Thabane si è impegnato a riconvocare il parlamento, senza fissare una data e resta il timore per le prossime mosse di Kamoli, che secondo informazioni concordanti dispone di circa 200 uomini bene armati, acquartierati a poca distanza dalla capitale. La Chiesa, possibile mediatrice. "Il fatto che la preoccupazione sia arrivata fino al Papa ha probabilmente fatto capire quanto grave è la situazione e l’appello è stato preso come un segnale che è ora di rimboccarsi le maniche e lavorare ad una soluzione", commenta dalla città un operatore umanitario che chiede di rimanere anonimo per ragioni di sicurezza. Positivo in questo senso è, a suo parere, anche l’intervento dei vescovi: "Il problema è politico, e dovranno essere i governanti a risolverlo, ma la Chiesa può svolgere un ruolo di mediazione, fare pressioni su di loro". La conferenza episcopale, prosegue la fonte del Sir, è un interlocutore credibile anche in questo senso, perché "ogni volta che ci sono stati problemi nel Paese la Chiesa è stata chiamata per dare un sostegno". Una mediazione che lasci fuori i presuli, dunque "non è sufficiente". Il giudizio – probabilmente – risente anche dell’insuccesso della recente visita a Maseru del presidente sudafricano Jacob Zuma, punto di riferimento inevitabile per il Lesotho. I tentativi del governo di Pretoria, però, sono destinati a continuare: la piccola "enclave" ha un’importanza economica non indifferente per il Sudafrica, che è interessato alle risorse idriche di cui il regno di Letsie III è ricco, e che ha visto molte importanti imprese delocalizzare la produzione oltreconfine a causa di migliori condizioni dal punto di vista sindacale. Paura tra la gente. L’unico effetto dell’incertezza politica in Lesotho, per ora, è però quello sulla popolazione: "La gente è spaventata, racconta il testimone da Maseru: per alcuni giorni ci si è aspettato che succedesse qualcosa, che la situazione degenerasse". In questo momento nella capitale, continua "la gente si dedica alle attività di ogni giorno, ma c’è sempre questa paura incombente che qualcosa, prima o poi, accada…". Simile è lo stato d’animo nelle aree periferiche del piccolo regno, per quello che è percepito come uno scontro nelle alte sfere. "Tutti sono preoccupati per le notizie che arrivano, ma sul terreno non ci sono problemi, la vita prosegue come al solito: in generale, il problema è all’interno delle gerarchie politiche e militari, non ha avuto ripercussioni sulla società; pesa di più la paura, rispetto ai problemi effettivi…", spiega p. Joy Sebastian, salesiano, da Maputsoe, al confine con il Sudafrica. A lungo termine, però, anche la semplice paura potrebbe avere effetti rilevanti: "La crisi politica per noi che lavoriamo nel settore umanitario – spiega la fonte Sir a Maseru – è stata un colpo grave, perché non possiamo fare attività sul campo: c’è il rischio di perdere la vita o le attrezzature se la violenza tornerà".