ALLARGAMENTO UE

Negoziati, avanti adagio

La relazione della Commissione europea segnala una situazione di stallo per alcuni Stati candidati e passi avanti per altri

A che punto si trova il processo di avvicinamento dei Balcani e della Turchia verso l’Unione europea? Nonostante le istituzioni Ue abbiamo da tempo chiarito che almeno per i prossimi 5 anni non sono previsti ulteriori ampliamenti dei confini comunitari, i negoziati con gli Stati “candidati” e con quelli definiti “candidati potenziali” proseguono, seppur con ritmi rallentati.

Potere di trasformazione. Lo si deduce anche dal “pacchetto allargamento” e dalle relazioni specifiche, Stato per Stato, illustrate l’8 ottobre dal commissario per l’allargamento, il ceco Štefan Füle, con l’indicazione degli elementi su cui lavorare per poter accedere alle tappe successive del percorso di adesione. Nella lista ci sono i candidati, ossia Albania, Montenegro, Serbia, Turchia e Macedonia; Bosnia-Erzegovina e Kosovo figurano come candidati potenziali (invece l’Islanda lo scorso anno ha unilateralmente deciso di sospendere il processo). Nella relazione, indirizzata all’Europarlamento, l’ultima del quinquennio Füle (che nella prossima Commissione dovrebbe essere sostituito dall’austriaco Johannes Hahn), il commissario ha tracciato un bilancio dello strumento politico “allargamento”, che ha “rafforzato la sua credibilità e il suo potere di trasformazione”, diventando, da “un processo tecnico”, “il migliore strumento di politica estera dell’Unione europea”.

Aspetti positivi. “La politica di allargamento dell’Ue contribuisce al beneficio di tutti in termini di pace, sicurezza e prosperità”, ribadisce la Strategia di allargamento, poiché dà più forza economica e politica all’Ue ed esercita “un potente effetto trasformativo” sui Paesi implicati. Esempio: “Sta rafforzando la pace e la stabilità nei Balcani occidentali promuovendo la ripresa e la riconciliazione dopo i conflitti degli anni ’90”. Allo stesso tempo è chiaro per la Commissione che se ben preparato, l’allargamento non avviene “a scapito dell’efficacia dell’Unione”, perché “assicura che gli alti livelli di qualità di vita si applichino anche al di là delle frontiere, riducendo i rischi per i cittadini Ue” e perché “un mercato unico più grande è più attraente per gli investitori”. Tre sono le fondamentali priorità su cui si chiede agli aspiranti-membri di concentrare gli sforzi: il ruolo della legge e il rispetto dei diritti fondamentali; la governance e la competitività economica; il rafforzamento delle istituzioni democratiche. Questo terzo punto è “ancora debole nella maggior parte dei Paesi” in questione, essendo ancora “limitata la capacità amministrativa, alti i livelli di politicizzazione e la mancanza di trasparenza” e qui ci si concentrerà nei prossimi mesi, anche attraverso “gruppi speciali sulla pubblica amministrazione”.

Progressi e ritardi. La Serbia ha iniziato nel gennaio 2014 i negoziati per l’accesso “con impegno e professionalità”, ma cruciale è che “mantenga fede agli impegni nella cooperazione regionale”, sciolga le tensioni con il Kosovo e “attui gli accordi raggiunti attraverso il dialogo” si legge nel documento che sintetizza le 7 relazioni nazionali. Lo stesso è richiesto al Kosovo, che ha firmato a luglio l’accordo di stabilizzazione e associazione con l’Ue. Nota negativa per il Paese è “l’insuccesso nell’avviare una nuova legislatura velocemente e serenamente”, dopo le elezioni del marzo scorso, situazione da cui il Kosovo non riesce ancora a uscire e che ha segnato “un passo indietro nel cammino delle riforme”. Il Montenegro invece è impegnato nei negoziati per l’accesso dal giugno 2012, anche se su alcune questioni “non rispetta le scadenze”. Un richiamo riguarda la necessità di “norme adeguate sul finanziamento pubblico ai partiti” e una più rigorosa applicazione della legge elettorale. All’Ex repubblica jugoslava di Macedonia mancano i requisiti per proseguire i negoziati: l’Unione chiede “un’azione decisiva per affrontare il pericolo della crescente politicizzazione e la scarsa indipendenza del sistema giudiziario e le carenze alla libertà di espressione”, in uno Stato in cui “interessi di parte prevalgono ancora sugli interessi nazionali”.

Situazioni complesse. Dall’Albania, che nel giugno scorso ha raggiunto lo status di “paese candidato”, non mancano segnali positivi, come l’impegno del governo nella lotta contro il crimine organizzato e il traffico di droga. L’attuale situazione politica “deteriorata” però necessita “maggiore trasparenza e inclusività” nel far funzionare la democrazia e in particolare il diritto di opposizione in parlamento. In un momento di stallo è la Bosnia-Erzegovina, dove “il desiderio dei cittadini di vedere riforme è in contrasto con la mancanza di movimento politico”. L’Europa incalza e chiede che il governo che nascerà dopo le legislative del 12 ottobre affronti le riforme socio-economiche necessarie nel rispetto del “patto per la crescita”. Quanto alla Turchia a suscitare preoccupazione sono le limitazioni alla libertà di espressione che ancora si registrano, insieme alle interferenze dell’esecutivo sul giudiziario. “Ciò detto, il futuro dell’Ue e della Turchia sono inevitabilmente legati l’uno all’altro” ha dichiarato Füle presentando il resoconto. Già partner economico e commerciale strategico, lo potrà anche diventare negli ambiti della cooperazione per le politiche migratorie ed energetiche. È però richiesta una soluzione al problema dei rapporti con Cipro.