VERTICE UE SUL LAVORO
L’appuntamento di Milano ribadisce la preoccupazione per l’occupazione. Ma manca una strategia comune
La preoccupazione è la stessa – creare posti di lavoro, specialmente per i giovani – ma i vocabolari rimangono diversi: a livello europeo ogni Paese segue la propria strada per contrastare la disoccupazione, con il rischio che manchino forme di coordinamento anche quando potrebbero essere utili. Quando poi si tocca il tasto della crescita e del rigore dei conti pubblici si profila il rischio della Torre di Babele. Così la “Conferenza di alto livello sull’occupazione in Europa”, svoltasi a Milano l’8 ottobre, che ha riunito una quindicina di leader Ue, non ha certo segnato un punto di svolta sull’argomento. Fare il punto per ripartire. Il vertice, deciso al Consiglio europeo del 30 agosto e organizzato dalla presidenza di turno semestrale affidata all’Italia, si è svolto in meno di tre ore e non ha prodotto un testo finale. Segnale che, pur a fronte di un dibattito utile, non sono emerse conclusioni di rilievo. Si è parlato di tentativi per contrastare la crisi, che continua a colpire la metà dei Paesi Ue, di ammodernamento del mercato del lavoro, della Garanzia giovani (6 miliardi che saranno investiti già dal 2014/15 in progetti concreti), di un miglior utilizzo dei fondi comunitari, di formazione professionale. E poi sono risuonate più volte alcune parole immancabili: riforme strutturali (sempre citate, raramente attuate), detassazione del lavoro (idem), investimenti. Ma ciò che ancora una volta è stato confermato a Milano è la mancanza di una strategia politica unitaria in Europa sul fronte occupazionale. Gli Stati custodiscono gelosamente la prerogativa di decidere in questo ambito, ma solo alcuni agiscono realmente e con esiti positivi. Così Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, ormai a meno di due mesi dal termine dell’incarico si sente libero di affermare: “Una conferenza di per sé non risolve la disoccupazione, ma serve a fare il punto della situazione, a riorientare gli sforzi e ritrovare slancio”. E aggiunge: “le politiche nazionali possono fare la differenza in questo campo”, tanto è vero che in questi anni di crisi alcuni Stati hanno ridotto la disoccupazione dopo aver rafforzato l’economia interna. E lo sguardo si posa su Angela Merkel. La Germania agisce sulla domanda. Il riassunto di Van Rompuy trova reazioni differenti dai leader presenti al vertice. Per la cancelliera tedesca Angela Merkel, la crescita “è necessaria”, ma passa anche “dal rispetto del Patto di stabilità”, mentre si può valorizzare, sul piano degli investimenti e delle riforme, quella “flessibilità che è insita nel Patto di stabilità e crescita”. Merkel arriva a Milano con il sorriso e riparte allo stesso modo. Il suo Paese procede, anche se ci si affanna a cercare crisi strutturali nell’economia tedesca che non sembrano palesarsi, mentre la disoccupazione è scesa sotto il 5% e quella giovanile sotto l’8%. E per dimostrare che “ognuno deve fare la sua parte” per superare la recessione, Merkel afferma: “In Germania stiamo predisponendo una serie di misure per rafforzare la domanda interna”, con fondi pari a 15 miliardi di euro. Era il rilievo che proveniva da Bruxelles e da diverse capitali (una crescita “egoista”, guidata solo dalle esportazioni e senza domanda in grado di aiutare anche i Paesi vicini): così Berlino prova a rispondere con i fatti. Alla conferenza stampa finale Merkel siede accanto al presidente francese Hollande, col quale ha avuto duri scambi di recente, dopo che la Francia ha unilateralmente deciso che non rispetterà il vincolo del 3% (deficit in rapporto al Pil). La cancelliera dichiara: “È importante investire, ma ancor di più investire bene”. Poi: “Sono fiduciosa che tutti rispetteranno i propri impegni e le proprie responsabilità”. Riforme, istruzione. Risponde François Hollande. “La Francia cercherà di rispettare i propri impegni, useremo tutti gli strumenti di flessibilità previsti”. Quindi prosegue: “La crescita e la creazione di posti di lavoro sono la priorità di tutti gli europei, siamo tutti coinvolti in questa direzione”. Per questo “occorre insistere con il piano europeo di investimenti” annunciato dal prossimo presidente della Commissione, Jean Claude Juncker, del valore di 300 miliardi. Poi Hollande torna sul binomio rigore-crescita. “Ci sono Paesi che si impegnano per le riforme strutturali, ma devono trovare un ambiente europeo favorevole”. Il presidente francese non rinuncia a formulare la propria “ricetta”: “Ogni Paese compia riforme strutturali per recuperare competitività: riduzione del costo del lavoro” (Hollande giunge al vertice portando il “patto di responsabilità” francese per la moderazione salariale), “riforma della formazione professionale, investire nell’istruzione, innovazione”. Il modello di sviluppo. Chiude Matteo Renzi, presidente di turno Ue. “La regola del 3% è vecchia di vent’anni”, ma l’Italia la rispetterà, e il “15 ottobre presenteremo a Bruxelles la Legge di stabilità restando nel limite del 2,9%”. Davanti ai leader europei, il premier italiano Renzi assume l’impegno di restare nel quadro delle regole comuni, pur contestandole. Chi fa le riforme o opera per creare sviluppo e lavoro – è la sua tesi – dovrebbe poter contare su una reale flessibilità dei conti pubblici. Lo stesso Renzi incassa il plauso al Jobs Act, per una parziale riforma del lavoro in Italia. E conclude: “C’è qualcosa che non va in una Europa dove dal 2008 al 2013 si sono persi 7,6 milioni di posti lavoro. Bisogna riflettere sul modello di sviluppo europeo”.