FAMIGLIA
Polacchi, amici di Wojtyla, i coniugi Grygiel si occupano da molti anni della “Chiesa domestica”. Un sogno? “Giovanni Paolo II patrono della famiglia”
Un santo tra le mura domestiche. Che siede a tavola con la famiglia, si aggiorna sul prezzo del pane e il costo dell’affitto, gioca a cuscinate con i figli più piccoli, e si pone in ascolto della coppia, delle gioie e dei tormenti che non mancano mai… Karol Wojtyla era di casa, un amico oltre che una guida, per Ludmila e Stanislaw Grygiel, del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II. “Abitavamo a Cracovia; ho conosciuto il futuro pontefice mentre svolgevo un dottorato in filosofia. Era mio insegnante”, racconta Stanislaw. E la moglie, Ludmila, aggiunge: “Era una festa quando veniva a trovarci. Ascoltava molto, sorrideva, ci incoraggiava come giovane coppia di sposi. Ci invitava a guardare la vita con coraggio e a ricercare la santità nella vita di ogni giorno”.
Osservare la realtà. Da oltre trent’anni i coniugi Grygiel risiedono a Roma e sono docenti dell’Istituto per gli studi sul matrimonio e la famiglia, creato dallo stesso Papa Giovanni Paolo II nel 1982. Negli anni del suo ministero petrino, i due studiosi – autori di varie pubblicazioni in materia e chiamati a inizio ottobre a svolgere una relazione all’Assemblea plenaria del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa – hanno accompagnato il Papa polacco sui temi della vita coniugale. E hanno seguito tutta la fase preparatoria e lo svolgimento dell’Assemblea sinodale straordinaria in Vaticano. “Il tema stesso dell’Assemblea mostra e richiama a tutti la centralità della famiglia nella vita della Chiesa e della società”, spiega Ludmila Grygiel a SirEuropa. “Naturalmente occorre osservare la famiglia in tutte le sue dimensioni, da quelle che hanno avuto maggior risalto sui mass media a quelle più consuete, feriali, che hanno attraversato gli interventi dei padri sinodali. Occorre raccontare di nuovo, e sempre, la bellezza e la gioia della vita familiare, incoraggiando i giovani a sposarsi. Ovviamente per far questo bisogna osservare la realtà, comprendere le difficoltà di chi vorrebbe sposarsi ma materialmente non può”, per via della mancanza di lavoro o della casa, ad esempio. “Bisogna stare accanto ai giovani. E testimoniare concretamente che il sacramento del matrimonio è una delle strade per rendere felici la donna e l’uomo. La famiglia è il primo luogo della santificazione laicale”.
Santità ordinarie. “I pastori devono essere sensibili alla vita degli sposi”, prosegue Stanislaw Grygiel. Quali particolari attenzioni dovrebbero dimostrare? “Diciamo che ci vorrebbe in alcuni casi meno sociologia e semmai uno sguardo più rivolto al cielo, da una parte, e una ulteriore attenzione alla vita quotidiana delle persone e delle stesse famiglie dall’altra. Dovremmo guardare di più a tante coppie che incarnano l’icona della sacra famiglia, che mostra la presenza di Dio. Abbiamo sposi fedeli, laboriosi, attivi nella società e nel lavoro… Sono santità ordinarie che dobbiamo imparare a contemplare, per poi progettare la pastorale familiare”. I pastori dovrebbero, secondo il docente polacco, “co-essere, co-soffrire, co-gioire con le famiglie”, accostandole, pregando con esse, accompagnandole nelle varie e diverse fasi della vita. “Dovrebbero piangere insieme a chi è nella sofferenza, qualunque tipo di sofferenza, per poi ripartire insieme a loro”.
Responsabilità comunitaria. In vista e durante il Sinodo si è parlato molto dei matrimoni in crisi, dei temi legati all’accoglienza della vita, all’educazione, all’affettività. Cosa ne pensate? “Nella Chiesa pare emergere l’idea, positiva, che ogni famiglia e ogni unione può essere occasione di santità, anche in quei casi attraversati da fatiche, incomprensioni”, prosegue Stanislaw Grygiel. La moglie aggiunge: “La pastorale deve comprendere tutte queste situazioni, e le deve accompagnare ogni giorno, in ogni situazione o Paesi ci si trovi. Aggiungerei che il sacerdote che sposa una coppia si dovrebbe per sempre sentire coinvolto nella ricerca di felicità da parte degli sposi, nell’affrontare i momenti tristi, le sfide che si pongono sul cammino, anche le più consuete: la questione del lavoro per i genitori, un bimbo piccolo che non dorme, la scuola per i figli, l’accesso alle cure mediche per gli ammalati e gli anziani, un lutto. Direi di più: tutta la comunità cristiana dovrebbe essere partecipe della quotidianità delle sue famiglie. Ci vogliono parrocchie aperte, accoglienti e solidali”.
“Sposo degli sposi”. L’allora vescovo di Cracovia frequentava la vostra casa: ancora qualche ricordo? “Karol Wojtyla era ricco di esperienze umane, vissute intensamente. E guardava alla famiglia con occhi attenti. La sua autorevolezza in questo campo riteniamo – spiegano i coniugi all’unisono – nascesse proprio da una conoscenza diretta, personale, partecipata. E va segnalato come già in anni lontani da noi aveva predetto talune delle difficoltà che oggi incontra la vita affettiva e coniugale. Riteniamo che egli abbia imparato dagli sposi ad amare l’amore. Oggi ci direbbe: ‘Io sono sposo degli sposi’. E noi abbiamo un desiderio”. Quale? “Che san Giovanni Paolo II possa essere proclamato patrono della famiglia”.