EDITORIALE

Commissione Juncker: ” “corsa contro il tempo

L’Esecutivo guidato dal politico lussemburghese dovrebbe entrare in funzione il 1° novembre. Ma il percorso è accidentato

È una “prova di democrazia”, mista a complessi marchingegni istituzionali, quella in corso da mesi fra Bruxelles e Strasburgo, con l’obiettivo di giungere al varo della Commissione Juncker. In effetti la procedura delineata dalle norme comunitarie è stata data per scontata in troppe sedi e in troppe occasioni. E ora i nodi problematici vengono a galla, assieme a ragguardevoli aspetti positivi.
Diversamente dal passato, i candidati alla presidenza dell’organismo esecutivo dell’Unione europea erano stati indicati dalle rispettive famiglie politiche in sede di campagna elettorale per il rinnovo dell’Europarlamento. Erano i cosiddetti “spitzenkandidaten”, portabandiera di Popolari, Socialisti e democratici, Liberali, Verdi e Sinistra, fra i quali – in base al voto a suffragio universale del 22-25 maggio – ha prevalso il popolare lusseburghese Jean-Claude Juncker, uomo di grande esperienza internazionale. Fra giugno e settembre, quindi, si sono svolte tutte le procedure definite dai Trattati, che hanno coinvolto il Consiglio europeo (dove siedono i capi di Stato e di governo dei 28) e lo stesso Parlamento Ue, che, in rappresentanza dei cittadini europei, ha finalmente avuto vera voce in capitolo. Non solo: l’Assemblea comunitaria è stata impegnata, da settembre fino ad ora, a svolgere le cosiddette “audizioni”, veri e propri esami riservati ai 27 candidati, designati dagli Stati, per far parte della Commissione, in base a una delega indicata dal presidente “in pectore”. Quella delle audizioni è una liturgia piuttosto articolata, che prevede dapprima un esame scritto, con i candidati commissari impegnati a rispondere a domande inerenti il settore cui sarebbero indirizzati: ad esempio economia, agricoltura, trasporti, energia, cultura e multilinguismo, affari esteri, politica regionale, tutela dei consumatori… Segue un colloquio, di tre ore, durante il quale i candidati vengono bersagliati da una raffica di quesiti da parte degli eurodeputati che fanno parte delle commissioni parlamentari di competenza (quindi la commissione affari economici, la commissione agricoltura e così via). Infine giunge il voto di ammissione per ciascun candidato preso singolarmente, superato il quale l’intera Commissione dev’essere sottoposta a un voto finale nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo.
La macchinosità dell’operazione potrebbe certamente essere alleggerita, eppure si tratta di una prova di competenza, di responsabilità, di statura politica con la quale si cimentano i futuri commissari in vista del rilevante incarico che dovranno ricoprire nei prossimi 5 anni. Perché, dunque, non portare anche in sede nazionale un simile iter per la composizione dei governi degli Stati aderenti all’Unione?
Tornando all’Esecutivo guidato da Juncker, il calendario prevederebbe l’entrata in funzione il 1° novembre, per assumere il posto del Collegio guidato dal portoghese José Manuel Barroso. Ma il percorso del nuovo Esecutivo è andato complicandosi nel corso delle ultime settimane. Se infatti alcuni candidati commissari hanno superato di slancio le audizioni (ad esempio l’olandese Frans Timmermans, vicepresidente vicario; l’italiana Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera), altri hanno fatto sollevare dubbi sul piano delle competenze oppure della “statura europea” e dell’adesione ai valori comunitari. Questo vale, fra gli altri, per lo spagnolo Miguel Arias Canete, per l’ungherese Tibor Navracsics, per la ceca Vera Jourova. Complessivamente positivo, invece, il giudizio sui diversi commissari che gestiranno, in una inedita cooperazione politica e organizzativa, il pacchetto economico, ossia il finlandese Jyrki Katainen, il francese Pierre Moscovici, il lettone Valdis Dombrovskis, il britannico Jonathan Hill (anche se le sue posizioni euroscettiche hanno fatto dubitare molti). Chi, invece, ha subito una sonora bocciatura dal Parlamento è stata l’ex premier slovena Alenka Bratusek, indicata da Juncker al ruolo di vicepresidente con delega all’energia. Così la Slovenia ha dovuto segnalare una nuova candidata, nella persona della vicepremier Violeta Bulc, persona di modeste esperienze politiche e di scarse conoscenze del settore energetico, tanto da indurre Juncker – il 15 ottobre – ad assegnarle un altro portafoglio, quello dei trasporti, spostando lo slovacco Maros Sefcovic al mercato unico dell’energia.
E siamo a questo punto. Il Parlamento europeo si trova in plenaria a Strasburgo la prossima settimana. Il 22 ottobre sarebbe previsto il giudizio finale sulla Commissione. Ciò significa che Bulc e lo stesso Sefcovic (avendo cambiato delega) dovranno aver superato l’esito delle audizioni, già fissate per il 20 ottobre, il cui solo esito positivo porterebbe al voto dell’Emiciclo. I tempi appaiono ristretti, ma non impossibili. E comunque si sa che la democrazia ha le sue regole e i suoi ritmi: se ben impiegati, ne vale quasi sempre la pena.