SERBIA

“Ricostruzione continua”

Intervista con mons. Stanislav Hocevar nel 90mo dell’arcidiocesi di Belgrado. Al via il percorso verso il primo Sinodo diocesano

Alla presenza di fedeli cattolici provenienti da tutti i Balcani occidentali, si sono svolte il 26 ottobre a Belgrado le celebrazioni in occasione del 90mo anniversario dalla ricostituzione dell’arcidiocesi della capitale serba, avvenuta il 29 ottobre 1924. “Una storia travagliata fin dall’inizio”, è la definizione del cardinale di Sarajevo, Vinco Puljic, che presiedeva le celebrazioni. “In effetti, la ricostruzione della diocesi doveva iniziare già nel 1914, quando è stato firmato il concordato tra il Regno di Serbia e la Santa Sede, ma l’avvio della prima guerra mondiale lo ha impedito”, spiega a Iva Mihailova di Sir Europa l’arcivescovo di Belgrado, mons. Stanislav Hocevar. “Oggi i cattolici di Belgrado portano avanti con coraggio la loro testimonianza” in un ambiente “dove ogni giorno abbiamo occasione di dialogo ecumenico”, mentre ci si prepara al primo Sinodo diocesano.

Eccellenza, che cosa è cambiato in questi 90 anni? Qual è stato il periodo migliore e quali gli anni più difficili?
“Il periodo migliore è stato dal 1924 al 1940. All’inizio i cattolici a Belgrado erano molto numerosi, più di 100mila, e nella sola la capitale sono state costruite sei chiese parrocchiali. Poi però è arrivata la seconda guerra mondiale che ha costretto molti cattolici a lasciare la Serbia e dopo, soprattutto durante il comunismo, il numero dei fedeli si è ridotto tantissimo. La diminuzione è proseguita nel periodo di Slobodan Milosevic. Ora il numero dei fedeli si è stabilizzato, anzi è aumentato un po’, molte persone che nel comunismo non frequentavano la Chiesa ritornano. Negli ultimi anni vengono nelle nostre comunità anche fedeli originari del Kossovo che lavorano a Belgrado. Attualmente l’arcidiocesi di Belgrado conta circa 40mila cattolici”.

Oggi quali sono le sfide principali per la vita diocesana?
“Stiamo operando in una realtà politica e sociale cambiata: i cattolici sono molto dispersi, la Serbia ha iniziato il suo cammino verso l’Unione europea, mentre i problemi sociali si aggravano. Noi non possiamo essere solo ‘Chiesa di sacrestia’, ma dobbiamo adempiere la nostra missione come ci insegna il magistero. Tutto questo richiede nuovi metodi nell’attività pastorale: per questo il 26 ottobre è stato annunciato l’inizio della preparazione per il primo Sinodo diocesano di Belgrado. Dobbiamo promuovere anche il dialogo ecumenico, interreligioso e sociale. Uno strumento molto efficace in questo senso è la Caritas che, grazie all’aiuto giunto dall’Europa occidentale, ha assistito migliaia di persone durante le gravi inondazioni di quest’anno”.

Cento anni dopo il concordato con la Santa Sede, come sono i rapporti tra il Vaticano e la Serbia?
“C’è una buona collaborazione e la visita di mons. Mamberti, segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, a giugno, come anche di altri prelati di alto livello negli anni ne è la testimonianza. Dobbiamo tenere presente che la Serbia ha attraversato molte sfide nel suo recente passato e per questo la Chiesa cattolica vuole sviluppare le relazioni con Belgrado in modo graduale. Credo che sia giunto il tempo di rilanciare questi buoni rapporti con nuove iniziative di collaborazione concreta”.

Come sono i rapporti con le autorità e con la Chiesa ortodossa serba?
“In generale i rapporti sono molto buoni, anche se ci sono questioni irrisolte come la piena restituzione dei beni ecclesiastici. Dobbiamo collaborare di più con le autorità comunali, perché il nostro lavoro nelle parrocchie e le attività della Caritas lo esigono. Con i fratelli ortodossi allo stesso modo abbiamo buoni rapporti ma ci mancano iniziative concrete. Per esempio il patriarca Irinej è venuto nella parrocchia “Cristo Re” per la messa in occasione della festa nazionale della Serbia, ed è stato presente anche durante la visita di mons. Mamberti. Vorremmo lavorare insieme soprattutto nel campo della pastorale familiare per promuovere i principi della dottrina cristiana nella società moderna perché anche in Serbia stanno arrivando alcune tendenze della cultura occidentale”.

E lei, come pastore, come vede l’integrazione europea della Serbia?
“Credo che l’orientamento europeo sia una buona prospettiva e notiamo la risolutezza dei politici a continuare su questa strada. Certo, ci sono diverse difficoltà, non tutti e non subito riescono a capire fino in fondo i valori europei e soprattutto a imparare ad applicarli nella pratica. Questo dialogo tra il governo serbo e le istituzioni europee, basato su impegni concreti il cui adempimento viene monitorato, dovrebbe incentivare anche lo sviluppo del nostro Paese”.