ITALIA
Parla il segretario della Conferenza episcopale, mons. Galantino. Il Convegno nazionale di Firenze, il Sinodo, la “scelta per i poveri”…
“La corruzione è un problema che si sviluppa in tutte le democrazie, specie quelle in cui sono più forti gli squilibri sociali. Non parliamo poi dei sistemi totalitari dove il fenomeno è imperante. Cosa rivela questo stato di cose? Un deficit di controllo ma soprattutto, in ultima analisi, di responsabilità personale. Nel nostro Paese poi ci sono delle ragioni storiche che alimentano una mentalità anti-Stato per cui sembra che rubare alla collettività e non al singolo sia meno grave. Invece si tratta di una lesione gravissima al bene comune, che tiene in piedi qualsiasi comunità e richiede una capacità di riconoscersi eredi, di aver costruito grazie anche ai sacrifici di altri, e dunque una gratitudine che diventa lealtà verso il bene comune e lealtà verso chi verrà dopo”. Il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, monsignor Nunzio Galantino, all’inizio del 2015, ha accolto la richiesta del direttore del Sir, Domenico Delle Foglie, di un dialogo che affronti alcuni temi “caldi” sul versante ecclesiale e civile. L’analisi è partita dalla situazione italiana, anche in questo frangente attraversata da scandali pubblici che sembrano allontanare i cittadini dalla politica. Il confronto si concentra, poi, sull’agenda della chiesa italiana per i prossimi mesi e sulle sollecitazioni che le giungono dal ministero di Papa Francesco.
Nella direzione di una diversa consapevolezza della nostra identità nazionale, quale ruolo può rivestire il Convegno di Firenze, nell’autunno del 2015, su “In Gesù Cristo il nuovo umanesimo”?
“Firenze 2015 è un appuntamento centrale per le nostre Chiese che si intende vivere all’insegna dell’esperienza e non dell’accademia. Se il termine ‘convegno’ resta in ossequio alla tradizione decennale degli ultimi 50 anni, non deve sfuggire che nel prossimo novembre c’è in ballo molto di più. A partire dal significato stesso della parola, che così come quello di molte altre è stato riportato alla sua radice originaria e più autentica: il con-venire, l’incontrarsi, per definire insieme i contorni di una Chiesa che vuole raccogliere seriamente e con fiducia il testimone della ‘Evangelii gaudium’. L’Esortazione apostolica di Francesco invita a uscire dai soliti schemi, ad abbandonare le ricorrenti certezze di analisi, e a lasciarsi ispirare dal racconto di testimonianze capaci di comunicare, con la vita – che include anche le fragilità e le imperfezioni – la bellezza dell’umano. Penso che debba essere questa la cifra dell’appuntamento autunnale (9-13 novembre 2015). Il che non garantisce cambiamenti immediati ma ci fa stare dentro una strada di fraternità, capace di riaccendere la fiducia e la speranza. Semplificherei questa via in tre passaggi”.
Quali?
“Anzitutto la gioia del Vangelo che abbandona i toni sconsolati del ‘bel tempo passato’ e prende l’iniziativa, si coinvolge, accompagna, fruttifica e fa esperienza di gioia condivisa. In secondo luogo, si tratta di mostrare la rilevanza sociale della fede perché l’incarnazione suggerisce di assumere i limiti umani, ma per farli superare da una comunità di persone che prendono le distanze dall’individualismo e dall’idolatria del denaro e cooperano alla giustizia e alla pace sociali, in spirito di fraternità e di libertà filiale. In terzo luogo, si tratta di tornare all’essenziale, che è pregare e lavorare”.
Lei ritiene che la Chiesa italiana stia già assecondando la prospettiva della “Chiesa in uscita”, “povera e per i poveri”, così fortemente voluta dal Papa?
“Credo che la Chiesa italiana – da sempre presente nella vita della gente comune – debba più efficacemente integrare la scelta per i poveri nella sua abituale presenza dentro la società stanca e disillusa di questo decennio di crisi economica”.
Nel 2015 è probabile che il legislatore italiano, dopo aver varato il divorzio “brevissimo”, metta mano ai temi sensibili: matrimonio omosessuale, adozione per le coppie omosessuali, fecondazione eterologa allargata alle coppie omosessuali, legge sul fine vita o disciplina dell’eutanasia. Come pensa debba comportarsi la Chiesa italiana dinanzi alle scelte del legislatore?
“La Chiesa vivrà nel prossimo anno la vicenda conclusiva del Sinodo che è stata convocato da Papa Francesco per rimettere al centro la famiglia. La scelta dice la logica che ispira la Chiesa. Non partire dall’individuo, ma cogliere la persona all’interno delle sue relazioni vitali. Questa non è una visione ideologica ma una esperienza semplice e concreta che vede nell’incontro di un uomo e di una donna la possibilità di generare nuova vita. La Chiesa continua la sua testimonianza ascoltando le sofferenze e i traumi di una società che per quanto adulta è spesso ripiegata sulle sue ferite. E non si lascia impressionare dalle leggi perché l’ethos più profondo deve essere educato e rappresenta l’istanza ultima di valutazione”.